Opinioni

Eccedenze e disallineamenti /2. E la comunità diventò ritorno

Luigino Bruni sabato 8 settembre 2018

Coi vecchi nostri canti che sai, voci di cose piccole e care, t’addormiremo, vecchio; e potrai ricominciare.
E quando il mare, nella tua sera, mesto nell’ombra manda il suo grido, sciogliere ancora potrai la nera nave dal lido.
Vedrai le terre de’ tuoi ricordi, del tuo patire dolce e remoto

Giovanni Pascoli, Il ritorno

Al cuore di ogni persona si trova un mistero che si svela, e solo in parte, nel corso dell’intera vita, non di rado nell’ultimo suo tratto. Anche le persone con molti talenti, persino quelle davvero geniali, si trovano in una condizione di conoscenza parziale e imperfetta del proprio "carisma", delle potenzialità inespresse, degli auto-inganni e delle illusioni passate e presenti. Quando, allora, una persona incontra una voce che la chiama e la sua vita subisce una sterzata radicale, se risponde e inizia a camminare non sa né può sapere quale sarà lo sviluppo di quell’incontro, quali i frutti, i dolori, le grandi sorprese. In un matrimonio, in una vocazione artistica o religiosa, la parte meravigliosa sono le potenzialità sconosciute e infinite. Non sappiamo cosa diventeremo noi, cosa diventerà l’altro cui ci leghiamo, cosa il nostro rapporto. Come diventerà Dio.

Perché in ogni patto e in ogni promessa il ’sì’ che più vale non è quello detto al presente e al passato nostro e dell’altro, ma quello pronunciato, ora e reciprocamente, al suo e nostro futuro. Qui la loro bellezza, qui la loro tragedia. Viviamo con qualcuno che continuamente si rivela diverso dalla persona che abbiamo sposato; cresciamo in una comunità che si allontana sempre più da quella dove eravamo entrati. E mentre cerchiamo di conoscere e riconoscere tutti i giorni la persona che abbiamo accanto, ci sforziamo anche di riconciliarci con la persona che stiamo diventando – e che spesso non ci piace. La crisi di un rapporto è un disallineamento plurale e a più dimensioni, dove non sappiamo se a non piacerci più è la novità dell’altro o la novità nostra, spesso entrambe. Molte famiglie vanno avanti perché gli esseri umani hanno una grande resilienza ai cambiamenti, soprattutto a quelli fondamentali dei "tu", dell’"io" e del "noi".

Nel campo spirituale e ideale, però, non siamo in genere mai abbastanza preparati all’esperienza (qualche volta conosciamo in astratto, per averlo letto in un libro) che anche quel Dio e/o quell’ideale che abbiamo scelti cambieranno, e cambieranno molto, almeno quanto noi e, quasi sempre, più di noi. Anche per questa ragione, i modi, le forme, i tempi nei quali si sviluppa nel tempo una risposta a una vocazione sono molto diversi tra di loro, una diversità che cresce. Tutte le organizzazioni fanno molta fatica a gestire la diversità tra gli esseri umani. Ogni lavoratore è unico, vive la sua propria fase in rapporto a quella che vive l’organizzazione, attraversa le molte età della vita, subisce traumi e malattie. L’organizzazione non può però intonarsi con i tempi di ciascuno, e lo spettacolo deve continuare. La teoria e la prassi stanno però mostrando varie innovazioni organizzative per cercare di calibrare i contratti di lavoro sulle esigenze delle singole persone, dalle giovani mamme a chi vuole prendere una laurea mentre lavora, fino al lavoratore maturo che vuole coltivare interessi e passioni rinunciando a una parte di stipendio. Le imprese dove la gente vive e cresce bene hanno capito che i lavoratori hanno modi diversi di dedicarsi all’organizzazione, e che la creazione di luoghi esterni all’azienda dove coltivare le relazioni e l’affettività migliora la qualità generale delle donne e degli uomini, che poi a sua volta produce anche un ambiente di lavoro più creativo e libero. Quando, invece, la flessibilità contrattuale è bassa, o dove le imprese usano gli incentivi non per liberare le persone, ma per catturarle con la seduzione del denaro e del potere, la qualità della vita peggiora fuori e dentro le aziende.

Nel mondo delle Organizzazioni a Movente Ideale (Omi), la gestione delle peculiarità antropologiche e delle età della vita dei singoli membri è ancora più complessa, soprattutto per quelle persone che hanno un rapporto identitario forte con l’istituzione, come avviene (ma non solo qui) nelle comunità religiose e nei movimenti spirituali. Una Omi è molto più (e, per altri versi, molto meno) di una impresa. Il tipo di adesione, per un esempio, di un francescano o di una salesiana nei confronti della propria comunità è troppo diverso da un contratto di lavoro di una impresa, o dall’impegno di un volontario in una associazione. Qui, i contratti personalizzati non si applicano, né funzionano gli incentivi per aumentare la loro "produttività". Un discorso che vale non solo nel caso di persone interamente benedette a una causa, ma tutte le volte che l’adesione a una comunità o a un movimento è, essenzialmente, una faccenda di vocazione – perché, non dimentichiamolo, una vocazione è una esperienza antropologica universale, che copre un’area molto più vasta del solo ambito religioso. In questi casi, l’appartenenza alla Omi tende, quasi inevitabilmente, a diventare una appartenenza esclusiva, voluta come esclusiva dalla persona e dall’istituzione. E qui iniziano i ragionamenti più appassionanti.

Un benedettino alterna la preghiera con il lavoro, ma quando smette di lavorare non "esce" veramente dal lavoro per tornare "a casa". Il suo rientro in comunità non è come quello di Francesca, madre di famiglia, che esce dall’ufficio per tornare anch’ella a casa. Sono due "case" sostanzialmente diverse, perché mentre Francesca passa da una sfera (impresa) della sua vita a un’altra (famiglia), rette da princìpi distinti e qualche volta in tensione tra di loro, quando padre Bernardino termina il suo lavoro nella farmacia del monastero, in realtà resta sempre nello stesso ambiente identitario. E allora se Francesca vive momenti difficili a lavoro – quei momenti che tutti conosciamo quando, per varie ragioni, l’entusiasmo per la mission dell’impresa è molto basso, si va a lavoro solo perché non possiamo non andarci... – tornando a casa incontra i figli, gli amici, poi canta in un coro, vive in luoghi davvero diversi dal suo lavoro. In questi luoghi veramente diversi Francesca può compensare le frustrazioni dell’ufficio, può sfogarsi, ricaricarsi, rifugiarsi, può passeggiare in giardini con fiori e aria diversi da quelli aziendali. Questo significa, tra l’altro, che le imprese "consumano" capitali preziosi che non remunerano (famiglia, amici, associazioni...) che fanno sì che i loro lavoratori siano capaci di lavorare e qualche volta anche di essere creativi e felici (sta qui un senso delle tasse).

Anche padre Bernardino ha, come Francesca, dei momenti in cui non ha nessuna voglia di scendere a vendere tisane e liquori, conosce anche lui malumori e conflitti con i colleghi al negozio. Ma quando lui torna a casa si ritrova a vivere con compagni molto simili (se non identici) ai monaci con i quali lavora. Ma, e questi sono i casi più complessi e interessanti, qualche volta padre Bernardino non solo non ha voglia di scendere in farmacia, non ha voglia neanche di tornare a pranzo e a cena in comunità. Avrebbe bisogno anche lui di qualche ambito dove compensare non solo le tensioni a lavoro ma le tensioni con la sua comunità e la sua vita intera. Diversamente da Francesca, padre Bernardino però può non avere "stanze di compensazione" dove accudire, naturalmente e sanamente, quei disallineamenti che sente in quella specifica fase della vita. Qualche volta riesce a stare in chiesa per cercare un dialogo intimo con Dio, che resta una grande stanza di compensazione quando si sono esaurite, o non sono mai esistite, le altre. Ma, lo sappiamo, in alcuni momenti, in genere quelli decisivi, se si sente il bisogno di aria diversa da quella unica respirata in quella comunità, anche la voce di Dio finisce per essere avvolta da quella stessa aria consumata, e non parla più. Nelle esperienza carismatiche forti, quando ci si disallinea dalla comunità è molto difficile se non impossibile riuscire a non sentire anche un disallineamento con Dio. Sarebbero troppo semplici, e quindi poco interessanti, le crisi se insieme al rapporto con la comunità non andasse in crisi anche il rapporto con Dio che quella comunità ci ha insegnato a conoscere, amare e riconoscere.

Le crisi più comuni e gravi nascono quindi da una sindrome di accerchiamento, perché ogni luogo non è altro che una variante dello stesso unico luogo. E, non di rado, l’uscita dalla comunità appare come l’unica via per poter riuscire di nuovo a respirare e non morire. In realtà, queste situazioni, così comuni, sono manifestazione di qualcosa di molto più radicale ed importante. La vita adulta dentro una comunità identitaria nella quale si è entrati nel tempo della meravigliosa ignoranza provvidenziale dei giovani, prende quasi sempre la forma di uscita dalla prima comunità, anche quando si rimane esattamente nella stessa stanza e nella stessa mensa di sempre. Per capire questa affermazione che può apparire paradossale o eccessiva, occorre guardare con attenzione la natura del rapporto tra una vocazione e la comunità nella quale la persona necessariamente nasce, cresce e matura. La comunità, ogni comunità, anche quelle più libere e aperte, svolge la funzione di pedagogo (San Paolo). Arriva perciò un giorno in cui chi ha ricevuto la vocazione avverte l’urgenza di salutare, ringraziandolo, il suo pedagogo per riuscire finalmente a vivere da adulta, a uscire cioè dalla prima comunità per diventare qualcosa di diverso che né lei né nessuno conosce ancora. A volte si esce restando, altre volte si esce uscendo. Ma sempre si deve uscire se si vuole tornare. Si può uscire per sempre (anche restando nella stessa casa) e non tornare più. Ma si può anche tornare: molti lo fanno, e ci salvano tutti i giorni tornando nelle nostre case, quando forse ormai non ci speravamo più.

Queste uscite e questi ritorni assumono in genere la forma dell’esilio. L’esilio a Babilonia fu una tappa decisiva della storia della salvezza. Quell’uscita forzata dalla Città santa di Davide, la distruzione del tempio unico del Dio vero, fu il tempo nel quale Israele fece anche un salto straordinario nell’esperienza spirituale. Capì, sulla sua carne e senza averlo né voluto né cercato, che Dio può essere pregato anche senza il tempio, che resta il Dio vero anche se è diventato un Dio sconfitto. Che si resta nella comunità dell’alleanza anche quando lasciamo la terra promessa. Conobbe un’altra grande cultura e altri dèi, fu contagiato da altre narrazioni, alcune bellissime. Senza l’esilio, senza quel contagio, non avremmo avuto alcuni libri biblici splendidi, non avremmo ricevuto in eredità i versi sul "servo sofferente di YHWH". La Bibbia ci dice che dagli esili si può tornare, e che da quel resto che torna può nascere un giorno un bambino in una mangiatoia. Si può vivere bene da adulti nello stesso luogo della giovinezza se la vita comunitaria diventa esperienza del ritorno.

l.bruni@lumsa.it