Opinioni

Pensieri scomodi tra supermercato e letteratura. E con gli animali noi siamo più buoni

Roberto Carnero martedì 22 giugno 2021

All’uscita dalle casse del supermercato dove sono solito fare la spesa, ci sono due grossi contenitori 'solidali', in cui è possibile deporre generi alimentari per i bisognosi: il primo è per gli esseri umani, il secondo per gli animali domestici (ormai indicati, anche qui, come nelle pubblicità, con l’inutile anglismo pet).

La prima volta che mi sono accorto di questa lodevole duplice iniziativa – circa un mese fa – non ho potuto fare a meno di notare che il cesto per gli umani era quasi vuoto, mentre quello per gli animali era pressoché pieno. La stessa cosa mi è capitato di osservare nelle settimane successive. Chissà, può essere che io mi trovi a fare spesa sempre nel giorno in cui gli addetti abbiano appena svuotato il primo contenitore... Oppure – questa è l’altra ipotesi – i clienti del supermarket sono molto più generosi con gli animali da compagnia che con i propri simili.

Purtroppo quest’ultima evenienza non appare così remota. Gli animali destano in noi una simpatia istintiva che non sempre le persone che ci circondano sono in grado di suscitare. Con gli animali è più facile andare d’accordo, perché difficilmente ti contraddicono. Anche per san Francesco probabilmente è stato molto più facile predicare agli uccelli di quanto lo sia stato convincere la gente, e le stesse gerarchie ecclesiastiche del tempo, della bontà della sua missione (poi a persuadere tutti ci ha pensato lo Spirito Santo). Oggi l’animalismo assume talora i tratti di una sorta di religione laica, qualche volta piuttosto integralista e intollerante. Tempo fa mi ero appassionato a un gioco logico-linguistico che consiste nel 'rovesciare' i luoghi comuni nel loro contrario.

Per divertimento avevo messo su un mio profilo social la seguente frase: 'Più conosco gli animali, più apprezzo gli esseri umani' (evidente ribaltamento di una vieta frase fatta). Più di qualcuno dei miei contatti non ha colto l’ironia, e mi ha replicato seriamente, con una certa indignazione. Uscendo dal supermercato, mi è venuto in mente un celebre episodio del 'Giorno' di Giuseppe Parini, quello della «vergine cuccia».

Fra i commensali della nobildonna di cui il «giovin signore» protagonista del poemetto è «cavalier servente» c’è anche un vegetariano, che dichiara solennemente di aborrire la violenza perpetrata ai danni degli animali. La dama lo ascolta pensando con commozione alla sua «vergine cuccia», la cagnetta che morse il piede di un servo e fu da questi colpita con un calcio («aìta aìta / parea dicesse»): il servo fu subito licenziato e i suoi familiari ridotti in miseria. Una scena che mostra tutto il paradosso dello sprezzo della sofferenza umana in nome di una malintesa sensibilità 'animalista' ante litteram. Mi capita sempre più spesso di vedere persone che portano a Messa i propri cani. In genere questi ultimi se ne stanno buoni buoni accucciati sul pavimento. Qualche domenica fa una gentile signora ha pensato bene di piazzare il cagnolino 'seduto' sulla sedia accanto alla sua (e accanto alla mia). La cosa mi ha fatto sorridere.

Mi è venuto in mente un versetto del Cantico di Daniele: «Benedite, animali tutti, selvaggi e domestici, il Signore, lodatelo ed esaltatelo nei secoli'» (Dn, 3,81). Il mio parroco mi raccontava di aver ricevuto più di una volta richieste di 'funerali' (nel senso di preghiere e benedizioni) per cani e gatti defunti: cosa che però collide con le più elementari verità di fede. Ho avuto anch’io da bambino animali a casa, e so quale legame speciale si instaura con loro. So anche quanto si possa soffrire quando vengono a mancare. Amare gli animali è una cosa nobile e bella, ma è ancor più nobile e bello – perché più impegnativo e spesso più faticoso – voler bene al nostro prossimo, che ci è stato comandato di amare come a noi stessi.