Opinioni

Più libri e (forse) un'altra politica. Due mosse giuste

Alessandro Zaccuri sabato 14 dicembre 2013
Pinocchio è avvisato: non è più il ca­so di rivendersi i libri. Anzi, per la prima volta nella storia del nostro Paese farsi una biblioteca convie­ne. Non solo in termini di prestigio (leggende risalenti all’epoca del boom riferi­scono di nuovi ricchi che le collane editoria­li le compravano a metri lineari, limitandosi a esprimere una preferenza sul colore delle copertine), ma anche in quelli di sgravio fi­scale. Un’agevolazione pari al 19% delle spe­se sostenute in un anno, con un tetto massi­mo di duemila euro equamente divisi fra te­sti scolastici o universitari e titoli di ogni altro genere.
Una risposta a chi voleva bruciare le librerie, ricorda via Twitter il presidente del Consiglio Enrico Letta alludendo all’episodio accaduto martedì a Savona, dove un drap­pello di manifestanti fuori controllo ha mi­nacciato un’azione in stile Bebelplatz. Non è un marchio di abbigliamento, ma il nome as­sunto nel dopoguerra dalla piazza di Berlino adoperata nel 1933 dai nazisti per allestire un bel falò di «letteratura degenerata». Pessimo segno, quando si bruciano i libri. Ot­timo segno, quando ai libri si riconosce un valore simbolico e, insieme, economico. Da qui, nella giornata di ieri, le dichiarazioni con­vergenti – ed entrambe entusiastiche – del mi­nistro per i Beni culturali, Massimo Bray, e del presidente dell’Associazione italiana editori, Marco Polillo. Il primo può rivendicare l’effi­cacia del suo “Piano nazionale per la lettura” che fino all’altro giorno rischiava di rimane­re nel limbo delle buone intenzioni. Il secon­do scorge la possibilità di un serio incentivo per un settore industriale che come e più di altri sta scontando il peso della crisi.
Non c’è da stupirsi, del resto, visto che l’idea della let­tura diffusa da qualche tempo in qua è quel­la di un innocuo divertimento o, peggio, di un rinunciabile diversivo rispetto. Un passa­tempo, insomma, inspiegabilmente più im­pegnativo degli altri e finora anche abba­stanza costoso. Leggere, in realtà, serve ad altro. A costruire una coscienza comune, concetto che non im­plica l’imposizione di un pensiero unico ma, al contrario, l’educazione al disaccordo. Si leg­ge per non cadere in semplificazioni indebi­te e per non lasciarsi spaventare dalla com­plessità del grande mondo che sta là fuori, ol­tre i nostri pregiudizi e oltre i luoghi comuni ai quali si aderisce per sfinimento. La conco­mitanza sarà forse casuale, però resta co­munque significativo che questo concreto aiuto alla lettura (e ai lettori) sia stato appro­vato nello stesso giorno in cui il Governo ha sancito l’abolizione del finanziamento pub­blico ai partiti, sottraendo ai demagoghi del­l’antipolitica uno dei loro argomenti polemi­ci prediletti.Da una parte c’è l’Italia così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi decenni, insofferente e scamiciata, sempre pronta a dare sulla voce all’avversario. Dall’altra c’è l’Italia così come potrebbe diventare: un Paese passionale, ci mancherebbe altro, ma capace di stemperare i suoi furori nei rigori di un’argomentazione che sia, se non altro, ben condotta sul piano della logica. Pinocchio, tanto per cambiare, è indeciso sulla direzione da prendere. A scuola teme di annoiarsi, ma ormai perfino lui ha imparato che a seguire Lucignolo c’è da finire trasformati in un asino. Potrebbe aiutarlo, probabilmente, sapere che quello che da noi si chiama “populismo” nelle lingue anglosassoni va sotto il nome di know-nothing: è l’atteggiamento di chi, non accontentandosi di essere ignorante, rivendica quella stessa ignoranza come un vanto, una bandiera, addirittura un programma politico. Che poi l’isteria anti-istituzionale abbia prodotto in Italia una discreta serie di libri di successo è uno di quei paradossi che rivelano molto del nostro carattere nazionale. E lasciano intendere, volendo, che non tutti i furbi hanno un seggio a Palazzo.