Opinioni

Il direttore risponde. Due Chiese? Solo e soltanto una

Marco Tarquinio martedì 27 novembre 2012
Caro direttore,
l’anniversario dell’apertura del Concilio e del famoso 'discorso alla Luna' di Papa Giovanni è stato ricordato e rievocato; io vorrei ricordare l’anniversario di un altro importante discorso, fatto da uno dei moderatori del Concilio, quello del cardinale Giacomo Lercaro, del 6 dicembre 1962. Al termine della prima sessione del Concilio, l’arcivescovo di Bologna affronta il tema della 'Chiesa dei poveri' con queste parole: «È il perenne mistero di Cristo nei poveri. Esso è essenziale e primario perché la povertà è il segno permanente, come autentico segno della consacrazione messianica, che accompagna la sua Chiesa nei momenti di più profonda e vitale effusione della grazia. Per questo il Concilio non assolverà il suo compito se non porrà al centro della propria opera dottrinale, riformatrice il Mistero di Cristo nei poveri e l’evangelizzazione dei poveri». L’arcivescovo di Bologna continuava il suo intervento sostenendo: «Occorrerà che anche gli altri schemi mostrino la connessione tra la presenza della povertà nella Chiesa, con la limitazione nell’uso di certi mezzi materiali, con una povertà visibile negli stessi pastori e nei beni delle comunità religiose». Caro direttore, non trova che seppur trascorsi cinquant’anni dall’appello di Lercaro, la “Chiesa dei poveri” non sia riuscita a prevalere sulla “Chiesa gerarchica e burocratica”?
Andrea Sillioni, ​Bolsena (Vt)
Io credo la Chiesa «una, santa, cattolica e apostolica», caro signor Silioni. E la vivo e la vedo così, in cammino nel mondo e nel tempo seguendo l’unico Signore. C’è il lento e c’è il lesto, c’è il generoso e c’è il formalista, c’è persino l’egoista (quello che non ha ancora capito che ognuno deve dare ragione della sua fede e della sua speranza, ma nessuno si salva da solo). Qualcuno è più povero, qualcuno più gerarchico, qualcuno più burocratico. Qualcun altro è più conciliare o mediatico o popolare o dissidente. C’è il colto e c’è il semplice. C’è anche il ricco (e, se è davvero un ricco cristiano, la differenza si vede, eccome). A tutti, nessuno escluso, le braccia sono aperte. Se vogliono bene a Gesù Cristo e al Papa, se stanno riuniti attorno ai successori degli Apostoli, tutti sono Chiesa. Questa Chiesa – lo dico con scrupolo di cronista e sereno orgoglio di credente – che è tra i poveri e con i poveri come nessun’altra realtà sulla faccia della Terra. Lo era prima del Concilio, lo è stata ancora di più dopo. Non è ancora abbastanza? Non lo sarà mai, finché c’è miseria. Io non vedo due Chiese, caro lettore, vedo diversi tipi di cattolici e di cristiani. Ma so anche qualcosa delle divisioni e dei tradimenti che siamo stati capaci di produrre sin dal principio (e ricordo ciò che continua a dirci san Paolo a questo proposito), così come so che delle divisioni, delle fratture e delle “cadute” altrui c’è chi si entusiasma e s’innamora. Sono tra coloro che, invece, non ci riescono, e considerano quelle ferite per ciò che sono: le piaghe ai piedi della Chiesa in cammino, che tanto dicono della fatica e nulla del vero cuore.