Opinioni

Dove incomincia e si incarna il vero «rispetto per le Istituzioni»

di Marco Tarquinio martedì 10 luglio 2018

Gentile direttore, sul sito di 'Avvenire' ho letto la lettera di alcuni docenti che insegnano in Tunisia e la sua risposta a commento. Non intendo entrare nel merito di certe affermazioni in quanto ognuno è libero di dire ciò che desidera. Però la invito a prendere visione sul sito www.giustizia.it delle statistiche ufficiali del Ministero della Giustizia riguardanti i detenuti stranieri negli istituti di detenzione italiani. Statistiche, ripeto ufficiali, non inventate dal nostro ministro Matteo Salvini, ministro e non 'comiziante'. Un pizzico di rispetto per le Istituzioni non guasterebbe. Certamente lei ne è a conoscenza, pertanto la invito a metterle a disposizione del gruppo di docenti suddetto che forse non è ben informato sulla realtà italiana. Resteranno sorpresi quando leggeranno i dati relativi al Paese in cui prestano il loro servizio. Per fortuna, direttore, gli italiani non credono più a personaggi più o meno politicizzati che gareggiano nello 'sparare' le loro personali verità ma cominciano a guardare alla realtà dei fatti.
Distinti saluti.
Giorgio Mauti, professore

Credo, gentile professor Mauti, che i suoi colleghi docenti di Università e di Scuola superiore di nazionalità italiana, tunisina e italo-tunisina che hanno scritto e firmato la lettera che ho pubblicato lo scorso venerdì 6 luglio sotto al titolo «Il rispetto che merita il popolo tunisino (fare il ministro non è fare comizi)» conoscano assai bene la realtà di Tunisia e Italia e le diverse interazioni, non tutte e sempre felici, tra popoli pur legati dalla storia, dalla geografia, dalla cultura e dall’umanità.
Ho scritto 'credo', perché non mi limito a sperarlo, ma ho ragione di esserne certo. Anche se so, per esperienza, che ognuno di noi – lei compreso, mi permetta – 'legge' i dati di cui tutti possiamo disporre solo se vuole e come vuole. Cioè in tutto o, troppo spesso, solo in parte, e ancora più spesso – ahimè – fuori contesto (cioè, per esempio, senza considerare tutte le cause per cui soprattutto i 'pesci piccoli' finiscono in galera). La cosa non mi meraviglia più di tanto, sebbene non mi rassegni affatto a questo modo di fare, soprattutto quando viene da chi ha responsabilità. Ecco perché facciamo ogni giorno un giornale attento alle persone e lontano dalle propagande.
Mi pare di capire, però, che lei non sfoglia abitualmente 'Avvenire', ma lo consulta soprattutto via internet di quando in quando. Le sono grato, sia chiaro, anche di questo tipo di attenzione, ma le faccio notare che così, magari, rischia di immaginare ciò che non è. Se ci leggesse con continuità, infatti, saprebbe che, anche a proposito dell’origine dei carcerati, non dobbiamo scoprire un bel nulla consultando il sito del ministero della Giustizia, perché siamo un giornale che si occupa con assiduità e profondità delle carceri e del 'popolo' che le abita, fatto di detenuti, cappellani, volontari oltre che di dirigenti, agenti e altro personale. Diamo questa attenzione e sviluppiamo questa informazione per scelta, non soltanto perché siamo il giornale più diffuso e letto nei nostri istituti di pena, ma perché siamo convinti tanto quanto i padri costituenti della bontà dell’art. 27 della Costituzione (l’affermazione della responsabilità penale sempre e solo personale, del 'no' a forme di detenzione degradanti, la finalità tendenzialmente rieducativa delle pene). Ma vengo al vero punto chiave della sua lettera.

L’appropriatezza delle parole di Matteo Salvini, che ha riservato ai tunisini l’epiteto di «esportatori di galeotti».
Per lei sono parole «da ministro», e dunque assennate e responsabili, e non battutacce da comizio politico. Ammetto di non essere un relativista assoluto come lei («ognuno è libero di dire ciò che desidera», afferma), perché penso che ogni persona debba saper coltivare la virtù del rispetto degli altri e della verità, ma soprattutto sono tra quanti ritengono e, anzi, reclamano da ogni uomo politico e di governo una più forte consapevolezza di questo dovere umano fondamentale (già 'dovere umano', perché non esistono solo i diritti...). Perciò, le rivolgo una domanda che, probabilmente, ha in sé la risposta: come reagirebbe, gentile professore, da cittadino onesto e perbene quale certo lei è, se noi italiani venissimo definiti da un ministro di un qualsiasi altro Stato 'esportatori di mafiosi'? Vede, con questo stile, un capo politico, un parlamentare e un ministro – chiunque egli sia – fa tutto meno che onorare il proprio ruolo istituzionale (e non è un caso che ieri il presidente della Repubblica abbia invitato Salvini – così si apprende informalmente – a una maggiore moderazione di toni). Per questa via si possono solo guastare i rapporti con Paesi interlocutori e amici ed eccitare antagonismi. E si dà una cattiva testimonianza ai propri concittadini. Il primo rispetto per le Istituzioni – tutte, nessuna esclusa – deve essere esercitato da chi le incarna. Ricambio i suoi distinti saluti.
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