Opinioni

Una normativa specifica può servire, ma se ferisce in modo grave e ingiusto la libertà no. Omofobia, un doppio rischio

Francesco D'Agostino martedì 6 agosto 2013
​Se qualcuno mi chiede se sia possibile che il disegno di legge Scalfarotto contro l’omofobia possa limitare la libertà di opinione, di espressione, di ricerca, di predicazione in tema di omosessualità, rispondo di sì. Se qualcuno mi chiede se quindi bisogna opporsi alla repressione legale dell’omofobia, rispondo di no. Mi contraddico? Assolutamente no: dico che è a questo disegno di legge che bisogna eventualmente opporsi, se si riscontra che contiene norme liberticide. Altra e ben diversa questione è se sia opportuno o no opporsi in generale alla pretesa di sanzionare con apposita legge quelle forme di odioso incitamento alla discriminazione e alla violenza che vengono qualificate col neologismo di "omofobia".Non c’è dubbio che "omofobia" è concetto tanto ideologicamente pungente quanto concettualmente vago e che, di conseguenza, non hanno del tutto torto coloro che ritengono che la stessa introduzione di questo termine nell’ordinamento penale sia rischiosa. Bisogna però pur prendere atto che altrettanta vaghezza concettuale associata ad altrettanta carica ideologica connotano termini come "razzismo" o "antisemitismo". La scelta da parte di un ordinamento di prendere posizione (anche a livello penale) contro qualsiasi forma di propaganda e di violenza razziale e antisemita ha una evidente valenza di esclusivo carattere di politica giuridico-criminale: si potrà discutere se si tratti di una scelta opportuna, ma ha ben poco senso discettare se sia "giusta" o no. Quello che va ritenuto assolutamente "ingiusto" (oltre che incostituzionale) è limitare o addirittura proibire, introducendo norme che stigmatizzino il razzismo o l’antisemitismo, qualsiasi riflessione di carattere scientifico, antropologico, religioso, storico, pastorale, culturale, ecc., sul popolo ebraico o sull’obiettiva diversità delle diverse etnie che popolano il pianeta.Penso, quindi, che non è una legge contro l’omofobia – cioè contro ogni forma di violenza o di aperto incitamento alla violenza contro gli omosessuali – che deve preoccuparci, bensì una sua cattiva formulazione, che lasci spazio alla pretese di soffocare sul nascere ogni riflessione che assuma l’omosessualità come "problema". Queste pretese esistono (in alcuni, anche se non in tutti, movimenti gay) e vanno criticate e combattute. A mio parere, il modo migliore per fronteggiarle non è però quello di opporsi a priori contro qualsiasi disegno di legge contro l’omofobia: questo atteggiamento, pur psicologicamente comprensibile, corre il rischio di essere malevolmente interpretato proprio come segno di quell’omofobia (implicita se non esplicita) contro cui ha preso posizione anche il Parlamento europeo, che da molti anni esorta gli Stati a operare legalmente contro ogni discriminazione nei confronti degli omosessuali.La strategia da adottare è un’altra. Ritengo che sia possibile accettare in linea di principio una legislazione contro l’omofobia, poiché ogni violenza e ogni discriminazione, così come ogni incitazione in tal senso, sono inaccettabili, ma nello stesso tempo credo che sia opportuno operare per introdurre all’interno di qualsiasi possibile disegno di legge in materia una norma che, ricordando i nostri supremi princìpi costituzionali, ribadisca in forma esplicita e inequivocabile che non può esser ritenuta omofoba alcuna valutazione, ancorché formalmente critica, della condizione e delle pratiche omosessuali che abbia carattere scientifico, antropologico, religioso, storico, pastorale, pedagogico, culturale ecc. ecc. Questo significa in concreto adottare un paradigma già operante in altri contesti: ad esempio, l’esplicita condanna evangelica del divorzio e dell’adulterio non abilita nessuno a invocare discriminazioni sociali e meno che mai violenze verbali o materiali verso i divorziati e gli adulteri, così come non abilita nessuno a ritenere penalmente sanzionabili la condanna religiosa (ma anche eventualmente sociale o psicologica) del divorzio e dell’adulterio. Solo se si progredisce in questa linea, a mio avviso può essere possibile ridurre l’intensità di un dibattito che, in alcuni contesti, sta arrivando, ingiustificatamente, alle stelle.​​​​​
​​​​​​​​​​Libertà intangibile e c'è un terzo rischio​ di Marco Tarquinio