Opinioni

Il dolore di Brindisi e quello dell'Emilia, la realtà e noi. Domanda di infinito

Costantino Esposito mercoledì 6 giugno 2012
C'è una domanda fortissima che inevitabilmente emerge dagli avvenimenti più drammatici degli ultimi tempi: la bomba assurda di Brindisi con la morte di Melissa Bassi e, poi, il terribile terremoto in Emilia. Si tratta di una domanda che, anche solo per un momento, ciascuno ha potuto e dovuto avvertire, come un grido che viene dal cuore, ossia dal centro più sensibile e più intelligente di sé: ma allora che cosa siamo noi, chi sono "io" di fronte all’imprevedibile impatto della realtà? Qual è – se c’è – il mio destino personale e insieme il senso ultimo delle cose?Si tratta degli interrogativi più concreti e più stringenti che ci possano essere, e anche dei più rischiosi, perché ci costringono a mettere alla prova tutti gli argini entro i quali, per convenzione, scorre la vita di ogni giorno. Il punto è che questa domanda è spesso difficile da mantenere aperta, perché brucia e chiede una risposta all’altezza della sua attesa. Come ha scritto il poeta Thomas S. Eliot, «il genere umano non sopporta troppa realtà». A Brindisi, il contraccolpo fortissimo per la vita strappata via a una ragazza e per l’altro sangue versato ha riacceso in noi uno struggente grido di vivere. Ma un attimo dopo, abbiamo incanalato e in qualche modo "esorcizzato" l’evidenza di non poterci dare e ridare la vita da noi stessi con la corale accusa alle mafie, ossia al cancro dell’illegalità, di privarci di un nostro diritto.Certo, il diritto di vivere è ciò che ci spetta: non era dovuto forse a Melissa, come a ciascuno di noi? Ed è drammaticamente vero che per alcuni, e forse ormai molti, l’esistenza degli esseri umani è "qualcosa" che può tranquillamente essere usato e abusato a piacimento dentro gli schemi del "potere", dal più domestico al più occulto. Il crimine di Brindisi dovrà certamente essere risolto (al più presto e il più chiaramente possibile) sotto il profilo penale, ma la domanda non potrà comunque chiudersi. Altrimenti, rischieremmo di pagare un prezzo ingiusto, mortificando ciò – un significato vero e bello per cui vivere – che il dramma di una uccisione inconcepibile ci ha fatto di nuovo percepire: non possiamo essere noi i creatori del "senso", noi che, per vivere, abbiamo bisogno di qualcosa di più grande delle nostre misure e delle nostre capacità. Per elaborare il lutto s’è levato, come un mantra, l’appello – soprattutto ai "giovani" – a trasformare la paura in speranza e il dolore in resistenza.Ma dove poggia e da dove muove la speranza? Per non essere una prospettiva astratta, magari un bel sentimento collettivo o un programma utopico con cui vagheggiare il futuro, la speranza deve partire da qualcosa di positivo e di attuale. Perché nel presente confuso e impaurito è "presente" il nostro io, la cosa più irriducibile e irripetibile che ci sia al mondo, e che attende tutto. E la speranza, l’avventura imprevedibile della speranza, si riaccende nel riconoscimento di volti, di avvenimenti, di esperienze che mi dicono che vale la pena esserci e che costituiscono un motivo per vivere. Qualcosa di "infinito" dentro le pieghe del nostro finito.Senza la scoperta che la realtà ha un significato più grande delle nostre prestazioni, dei nostri successi o insuccessi, rischiamo di perdere anche tutti i nostri obiettivi determinati: è per amore di concretezza e di operatività che non possiamo tralasciare questo "fattore infinito", che ci inquieta sempre e che ci fa camminare. È di qui, forse, che può rinascere il senso di positività e di gratuità che solo può permettere di "ricostruire", nel tessuto sociale del nostro Paese come in Emilia. È uno spettacolo guardare la fierezza indomita di molti emiliani di fronte al mondo, al "loro" mondo, che vacilla letteralmente, incrinando e spesso facendo crollare storie e vite umane sotto i capannoni e i campanili lesionati.Ma da dove nasce quella fierezza? È solo una disperata forza di volontà? Ritorna in mente Voltaire, che nel suo Candido (1759) ironizzava ferocemente (e giustamente) su coloro che volevano giustificare con un senso provvidenziale e ottimistico anche il devastante terremoto di Lisbona (1755), e concludeva che di fronte alla presenza inspiegabile del male e del dolore nella natura dobbiamo limitarci a «coltivare il nostro orto» e a praticare la solidarietà universale. Il richiamo di Voltaire è importante, perché ci mette in guardia da ogni ideologia che abbia soluzioni e giustificazioni astratte e precostituite rispetto alla realtà dei fatti. Tuttavia, in quell’evocato "orticello" può anche accadere che si consumi quasi inavvertitamente un delitto più grande, cioè il lento soffocamento del nostro desiderio. «Il solo modo di rendere sopportabile la vita», scriveva ancora Voltaire, è rinunciare alle «grandezze che sono molto pericolose».Ma senza grandezza questa sopportazione non è, forse, già l’inizio del nulla? Senza un significato che sia più grande della propria volontà, che cosa la mette in moto e la sostiene? Nello sguardo degli emiliani quella grandezza riluce: bisogna vederla, riconoscerla, condividerla perché l’«orto» che a ciascuno oggi spetta di ricostruire abbia l’orizzonte del mondo intero. Per questo rimettere a posto un mattone sull’altro, anche un solo mattone, può esprimere il bisogno di grandezza e l’attesa di infinito che tutti ci portiamo addosso.