Opinioni

Avversari martellanti, Governo alla prova del ricorso "europeo". Difesa della legge 40: attendiamo fatti

Francesco Ognibene martedì 20 novembre 2012
Ma cos’è quest’ansia di far fuori la legge 40? Da qualche giorno s’è riaccesa la campagna di chi le è da sempre ostile, con l’obiettivo di svuotare la norma sulla 'procreazione medicalmente assistita' aggredendola in tribunale per tentare di dimostrarne il sostanziale superamento. Il contatore dei ricorsi giudiziari alle più disparate corti italiane ed europee con i quali si è tentato – con alterni successi – di abbattere l’uno o l’altro limite per il ricorso alla provetta ha toccato quota 19: un impegno frenetico che in otto anni e mezzo dall’approvazione della legge dà l’idea dell’accanimento di chi quelle regole minime a tutela dell’embrione umano proprio non le sopporta.Eppure nel 2004 il Parlamento varò la legge con una maggioranza larga, trasversale e determinata, che mostrò come sugli interrogativi aperti dall’irruzione della biomedicina nella generazione umana sia possibile trovare una mediazione tra culture anche molto distanti, nel nome del riconoscimento e del rispetto per la dignità della vita più inerme. Frantumata la quale non sarebbero i credenti a 'perdere' ma la società tutta intera. Dalle Camere – l’abbiamo ripetuto tante volte, ma occorre ribadirlo – uscì non certo una legge 'cattolica', copia conforme del magistero, ma una prima, generale e indispensabile regolamentazione del settore della procreatica una volta preso atto che, in Italia come altrove, c’era chi stava mettendo le mani sul 'luogo' dove scocca la vita espropriandolo della sua umanissima sacralità. Una questione che tocca il futuro di tutti, e che era urgente normare per mettere maternità, paternità e filiazione al riparo da chi nella provetta vede un lucroso affare o il campo di battaglia per affermare la pretesa di consegnare alla tecnoscienza pieni poteri sull’umano.Ci si provò anche con i quattro referendum del 2005, ma gli italiani mostrarono che il fronte parlamentare che aveva sostenuto la legge 40 si specchia in un consenso esteso oltre ogni previsione. In questi anni, contro quell’esempio di laica convergenza normativa tra consapevolezze e valori s’è scatenata la guerra delle carte bollate, che ha per instancabili promotori i radicali (di casa ormai in alcuni tribunali) assecondati da uno schieramento di politici, intellettuali, medici e media che amplificano l’idea pragmatica secondo la quale la vita umana sarebbe un bene disponibile e assoggettato alla volontà di chiunque.Per questa corrente di pensiero, un embrione d’uomo non sarebbe nulla finché non c’è qualcuno che decide di chiamarlo 'figlio'. Prima di questo atto di volontà, la sua natura non sarebbe quella di una vita intangibile proprio in quanto vita (e tanto dovrebbe bastare, a chi nelle vene sente ancora scorrere il diritto romano, due millenni di cultura cristiana, l’umanesimo, la civiltà dei diritti, la ripulsa per i totalitarismi): quanti vogliono cancellare la legge 40 sembrano pensare all’embrione come a un oggetto del quale si decide cosa fare solo una volta che se n’è accertato lo stato di salute, la desiderabilità, la corrispondenza o meno a un progetto altrui, l’utilità per altri scopi.La vita declassata da fine a mezzo, da pietra angolare ad accessorio, subalterna ad altre richieste rispettabili e anche drammatiche (come accade per le coppie con malattie genetiche) che trasformano però la priorità assoluta della persona umana da garanzia del patto sociale a sua variabile dipendente da altro. La selezione eugenetica all’opera. Una scelta potenzialmente gravissima, letale per migliaia di embrioni costruiti in laboratorio, selezionati, scartati, congelati, o programmaticamente sacrificati in cicli di fecondazione artificiale che comportano un tasso di insuccessi intollerabile in qualunque altra branca della medicina.Di quella struttura di garanzie per legge, decisive per vagliare la visione dell’uomo attorno alla quale decidere cosa ne sarà dell’Italia, i professionisti del ricorso vogliono ora far credere che, a forza di atti giudiziari, non sarebbe rimasto in piedi praticamente più nulla. È falso – la norma che vieta la selezione eugenetica è sempre stata confermata dalla Corte Costituzionale – ma lo si vuol far credere lo stesso all’evidente scopo di scoraggiare chi deve completare il ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo e ha ancora pochi giorni per farlo.Il 28 novembre scade infatti il termine perché il governo mostri di voler ribadire – com’è giusto, ed è prassi – le buone ragioni della legge 40 contro la sentenza che a fine agosto vide la Corte di Strasburgo accogliere l’ennesimo tentativo di disattivare uno degli scudi normativi a presidio dell’embrione. Il Ministero della Sanità ha allestito il ricorso, tocca alla Farnesina notificarlo, ma dell’atto – malgrado ripetuti impegni – ancora nulla si sa. Abbiamo fiducia che non si lascerà questa legge in balìa di chi vuole smantellarla, e la vita alla mercé di mercanti e manipolatori, capaci anche di usare casi umanissimi per le proprie battaglie. Ma attendiamo fatti.