Opinioni

Scandalo corruzione. La Corea del Sud scopre Tangentopoli: dal presidente alla Samsung

Stefano Vecchia venerdì 20 gennaio 2017

Sabato 14 gennaio, per il 12° fine settimana consecutivo, i sudcoreani hanno invaso pacificamente ma con determinazione le vie e piazze centrali di Seul a ridosso della Casa blu, il palazzo presidenziale. Obiettivo, costringere alle dimissioni la presidente Park Geunhye, ancora prima che la Corte costituzionale si pronunci sulla legittimità dell’impeachment chiesto dal Parlamento. Un crescendo che ha portato nell’ultima protesta 1.500 gruppi della società civile e oltre 100mila persone a sfidare il clima sottozero in piazza Gwanghwamun e tanti altri in aree diverse della metropoli. Con il passare del tempo appare tuttavia sempre più chiaro che in gioco non è soltanto una figura istituzionale tanto esecrata ora quanto ben valutata all’inizio del suo mandato, quasi quattro anni fa, per la sua storia oltre che per l’anteprima di una presidenza al femminile. Le ultime proteste hanno anche chiesto l’arresto dei capi delle aziende che potrebbero avere pagato forti somme a organizzazioni legate alla signora Choi Soon-sil con il fine di ottenere un atteggiamento favorevole del governo rispetto a proprie iniziative. Choi è un personaggio-chiave di una vicenda che rischia di travolgere, insieme al capo dello Stato, i vertici dei conglomerati che hanno un ruolo soverchiante nella vita del Paese.

A vacillare, in sostanza, è un intero sistema di malgoverno e corruzione talmente radicato nel Paese che quando è stato denunciato non ha sorpreso nessuno. I nodi – come per altre Tangentopoli – sono venuti al pettine perché il limite è stato raggiunto in coincidenza con la peggiore crisi sociale della storia democratica del Paese, e la mancanza di prospettive per gran parte della popolazione ha aperto gli occhi davanti a sprechi, collusioni e abusi di potere. La questione, come detto, ruota attorno alla figura di Choi Soon-sil, confidente della presidente accusata di avere sfruttato i propri rapporti personali per spingere molte aziende ad effettuare 'donazioni' per decine di milioni di euro a favore di due fondazioni le cui casse erano aperte a un uso personale. Il maggior donatore è stata la Samsung, che avrebbe anche fornito fondi per le attività equestri in Germania della figlia di Choi. Imbarazzante la difesa della Samsung, che in audizioni pubbliche ha confermato di avere subito pressioni per sborsare le ingenti somme ma senza chiedere nulla in cambio.

Dal 9 dicembre, quando con un voto bipartisan il Parlamento ha determinato la sospensione del presidente Park, e in attesa che i giudici si pronuncino sulla messa in stato d’accusa entro un termine massimo di sei mesi dal voto, la presidenza è stata affidata al premier Hwang Kyo-ahn. Il Paese vive ora nella protesta e nell’attesa. Solo parzialmente distratto dalla nuova amministrazione statunitense che, comunque andranno le cose, segnerà una nuova fase nell’alleanza con Washington, deterrente primario verso un temuto attacco dal Nord. I sudcoreani faticano però a guardare oltre l’obiettivo prossimo della destituzione della Park, forse perché la situazione mai è stata incerta come ora, forse perché le alternative sono difficili da individuare. Sicuramente, c’è la necessità di una revisione profonda del sistema politico, ma anche di quello imprenditoriale e finanziario. C’è la necessità urgente di nuovi obiettivi condivisi, di solidarietà per gli anziani e gli emarginati e di speranza per i giovani. In buona sostanza, la politica coreana è chiamata a un ruolo di indirizzo e di guida che non ha mai vissuto pienamente in quanto collusa con altri poteri, più di essa in grado di influenzare la vita dei sudcoreani.

Emblematico quanto accaduto due settimane fa, quando Lee Jae-yong, erede della dinastia che controlla la Samsung e suo vice-presidente, è finito davanti al procuratore speciale per spiegare i rapporti con la faccendiera Choi e, per suo tramite, con la presidente. Obiettivo finale dei magistrati era di premere sui vertici Samsung per arrivare a incriminare Park Geun-hye, ma l’arresto di Lee è stato negato ieri dai giudici del Tribunale del Distretto centrale di Seul per insufficienza di prove. Tuttavia, mai a questi livelli, un 'intoccabile' era stato coinvolto in una vicenda di corruzione e la vicenda non mancherà di porre una nuova pressione sui chaebol, gli immensi aggregati di iniziative industriali, economiche e commerciali che più che la spina dorsale del Paese ne sono i burattinai. Sta a loro decidere condizioni di lavoro e salari, quote di impiego e disoccupazione. Sono loro che influenzano i piani di studio e le priorità delle università e che determinano l’accesso a un welfare essenziale della popolazione. Aziende-Stato che non mostrano remore nell’accogliere le richieste di congrue 'donazioni' a governanti e amministratori in cambio di concessioni.

La politica sembra ora accusare il colpo e al suo interno ripensamenti e regolamenti di conti sono appena avviati. Al punto che il partito di Park Geun-hye, il centrista Saenuri, ha convocato nei giorni scorsi il proprio Comitato etico con l’obiettivo primario di ripulire la struttura dai fedelissimi della presidente caduta in disgrazia. Una mossa eccezionale, avviata con non pochi contrasti interni ma resa necessaria dal crollo della stima degli elettori e dalle critiche sempre più pressanti giunte anche dalla Chiesa cattolica. Sia il vescovo ausiliare di Kwangju, monsignor Simon Ok Hyn-jin, sia il vescovo di Jeonju, monsignor Vincent Ri Pyungho, hanno chiesto pubblicamente le dimissioni della presidente e si sono uniti, come altri pastori, alle proteste. In molti guardano già alla nuova presidenza, sia che alla fine venga destituita Park, sia che la 64enne figlia dell’ex presidentedittatore Park Chun-hee – per molti plagiata dalla confidente Choi Soonsil e ancor prima dal di lei padre, il faccendiere e cultista Choi Tae-min – arrivi al termine del mandato del febbraio 2018. La corsa alla candidatura è aperta e tra i volti in lizza vi è anche quello dell’ex Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon.

Ban, rientrato con «il cuore che scoppia di gioia» a Seul il 12 gennaio dopo il cambio della guardia al Palazzo di Vetro, si è impegnato a riprendere i contatti con la sua gente in diverse province, in attesa di una candidatura ufficiale, probabile da parte dello stesso Saenuri. La sua emozione, tuttavia, è stata offuscata dai guai giudiziari del fratello minore Ban Ki-sang e del nipote Joo Hyun Bahn, che una corte federale di Manhattan ha accusato di avere pagato tangenti a un funzionario mediorientale in cambio dell’aiuto a convincere la coreana Keangnam Enterprises – interessata all’acquisto di un grattacielo della capitale vietnamita Hanoi – che l’Autorità per gli investimenti del Qatar fosse prossima a concludere l’affare di cui erano intermediari. Secondo l’accusa, 590mila dollari avrebbero cambiato di tasca per questa operazione truffaldina: briciole davanti a un affare di 800 milioni di dollari, ma un ulteriore segnale del livello del malaffare e del senso di impunità diffuso a Seul e dintorni.