Opinioni

I dati positivi del settore e le opportunità ancora aperte. Da agricoltori a imprenditori Una risorsa italiana. Valorizziamola

Paolo Preti sabato 23 luglio 2011
Le auto italiane, tranne rare eccezioni, non hanno mai avuto il blasone di quelle tedesche, molto più le moto in grado di proporre negli anni marchi e modelli di successo presso il pubblico internazionale, sportivo e non. E tuttavia c’è da stupirci ugualmente nel leggere quanto ha annunciato il presidente di Coldiretti Sergio Marini nel corso del suo intervento alla recente assemblea annuale dell’associazione: nel primo trimestre dell’anno in corso le esportazioni di prodotti agricoli e di allevamento ha sorpassato quelle di auto e moto made in Italy. Le prime si sono attestate a 7,1 miliardi, le seconde a 6,6: ciò in maniera non episodica poiché negli ultimi cinque anni il valore delle esportazioni di beni agroalimentari nostrani è aumentato del 23% mentre il comparto dei veicoli ha diminuito il proprio dell’11%.In particolare, l’indice Fortis-Corradini sulle eccellenze competitive nel commercio internazionale registra che l’Italia risulta essere il primo esportatore mondiale di paste alimentari, conserve di pomodoro, mele fresche, insaccati, caffè torrefatto, succhi d’uva, aceti commestibili, cicorie, castagne e marroni, fagioli e formaggi tipici come il gorgonzola, il pecorino e il grana padano. È il secondo esportatore di vini, olio d’oliva, uve fresche, kiwi, pesche, acque minerali, nocciole, succhi di frutta, pere, semole e semolini, estratti e sughi di carne, di pesce, di crostacei e di molluschi. Ed è terzo esportatore mondiale di cioccolata e prodotti a base di cacao, lardo, riso, caffè decaffeinato, funghi, mele secche, spinaci e tartufi.Sempre recentemente è stato presentato il sesto censimento agricolo dell’Istat: molti anche qui i dati positivi. Aumentano le dimensioni medie delle imprese che, misurate in ettari di proprietà, passano da 5,5 a 8 restando pur sempre di piccola taglia e, come quasi sempre in questo genere di confronti, inferiori ai valori europei. La stessa tendenza vale per gli allevamenti dove la dimensione, calcolata in numero di capi, sale del 29%. Ancora più importante risulta essere l’aumento della presenza di società, dall’11 al 17%, e la riduzione delle aziende individuali che peraltro resta, con il 74,8%, la struttura di gran lunga prevalente. I giovani guardano al comparto con crescente simpatia sia a livello imprenditoriale – crescono anche se di poco le imprese gestite da under 30 – che lavorativo: e infatti, come ricordato da Marini, l’occupazione in agricoltura corre segnando nel primo trimestre, e in un contesto generale quasi stagnante, un + 6%.Nella crisi del terziario si torna al primario, con la finanza ai minimi storici quanto a prestigio riacquista valore la terra: non solo nel senso economico – per cui un ettaro di terreno a Valdobbiadene, a Caldaro, in Val di Non, a Cembra, a Montalcino può valere anche più di trecentomila euro – ma soprattutto in quello tradizionale. È sicuramente un settore in cui si continua a operare con le mani, forse più che in molti comparti manifatturieri, ma questo non sembra allontanare le nuove generazioni. Anche in questo settore, così caratteristico del nostro fare impresa, molte aziende italiane, almeno quelle che hanno capito anticipatamente il cambiamento di contesto, sono già da tempo all’opera per rispondere al nuovo che si impone.Associazioni di categoria attive, nuove modalità distributive come i "mercati del contadino" che permettono l’incontro tra produttore e consumatore finale e notevoli risparmi, ma anche una rinnovata attenzione alla qualità e al servizio attraverso la tracciabilità del prodotto, nonché grande interesse per gli orti di casa: sono tutte caratteristiche che, in un generale ritorno all’essenzialità, stanno aiutando lo sviluppo del comparto. Sviluppo che potremmo sintetizzare con il percorso evolutivo realizzato nel corso delle ultime due generazioni: da contadino a agricoltore, da agricoltore a imprenditore.