Opinioni

Il nodo dei brevetti. I vaccini e i farmaci bene comune

Nicoletta Dentico e Silvio Garattini martedì 17 novembre 2020

Vaccino per test in un laboratorio. Gli annunci che si susseguono di nuovi sieri che sarebbero ormai pronti induce a riflettere con urgenza sui modelli per la loro diffusione non solo nei Paesi più ricchi

Vincere le diseguaglianze nell’uso delle tecnologie contro la pandemia è indispensabile. E conviene a tutti. A nove mesi dall’inizio della pandemia, non esiste ancora una misura di politica internazionale in grado di garantire a tutti l’accesso al vaccino o agli altri rimedi che saranno scoperti contro Covid-19. Da mesi si fa grande esercizio di retorica internazionale sull’accesso universale al vaccino. Anche in Italia il governo Conte, nelle parole del ministro Speranza, invoca il vaccino come «bene pubblico» e promette «accesso equo». Ma oltre le parole, il nostro governo ha idea delle condizioni che servono, per dare concretezza al vaccino «bene comune»? E cosa intende fare per non sprecare questa crisi, che si è abbattuta sull’Italia e il suo sistema sanitario con particolare virulenza? Una ragionevole pista di lavoro viene dai governi di India e Sudafrica. Il 2 ottobre 2020 i due Paesi hanno inviato all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) una proposta congiunta con cui chiedono una deroga ai brevetti e agli altri diritti di proprietà intellettuale in relazione a farmaci, vaccini, diagnostici, dispositivi di protezione personale, e le altre tecnologie medicali per tutta la durata della pandemia, fintantoché non sia stata raggiunta l’immunità. Si tratta insomma di concedere una sospensione temporanea di tutti gli obblighi contenuti nella Sezione I, Parte II dell’Accodo Trips – quella concernente copyrights, disegni industriali, brevetti, protezione di informazione non condivisa. In virtù di questa deroga, i centri di ricerca avrebbero possibilità di condividere la conoscenza scientifica e accelerare collaborazioni per lo sviluppo di nuovi prodotti per combattere il virus, ciò che permetterebbe una più agile risposta alla domanda di attrezzature, diagnostici e medicinali, e a costi inferiori, non solo nei Paesi a basso reddito.

La deroga è prevista in base dell’articolo IX comma 3 e 4 dell’Accordo di Marrakesh che ha costituito l’Organizzazione mondiale del commercio; la condizione è che esista una giustificazione fondata su circostanze eccezionali, e che siano esplicitati i termini anche temporali della sospensione. Il mondo sprofonda in una realtà di accesso diseguale alle tecnologie che servono con urgenza per contenere la pandemia. L’emergenza sanitaria richiede accesso rapido a tutti i prodotti medicali, ma i focolai pandemici hanno generato un aumento repentino della domanda globale, un fenomeno che ha lasciato molte nazioni in una situazione di acuta carenza di scorte. L’insufficiente disponibilità di prodotti, o il loro costo eccessivo, è però una minaccia per tutti perché prolunga la pandemia. Sotto pressione dopo quasi un anno di disperato (e talora disperante) contrasto agli effetti del nuovo coronavirus, molti governi si indirizzano verso scelte di nazionalismo sanitario. I Paesi ricchi ad esempio rappresentano il 13% della popolazione mondiale, ma si sono già accaparrati più di due miliardi di dosi dei potenziali vaccini contro Covid-19, in una corsa scomposta che la rivista Nature ha giustamente definito «un’arrampicata diseguale ai vaccini».

L’evidenza empirica ha dimostrato oltre ogni dubbio che il regime di monopolio brevettuale che gli accordi Trips dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) hanno conferito alle industrie, come incentivo all’innovazione, rappresenta una delle principali barriere di accesso ai farmaci essenziali nel mondo. Gli effetti negativi dei diritti di proprietà intellettuale, che permettono alle aziende farmaceutiche nello specifico di fissare in esclusiva le condizioni di mercato dei loro prodotti, sono stati ampiamente documentati con le patologie infettive che hanno prevalentemente colpito i Paesi poveri (Hiv/Aids, malaria, polmonite). Gli squilibri prodotti dai brevetti farmaceutici, con la privatizzazione della conoscenza scientifica e l’esorbitante costo dei farmaci che ne derivano, non sono però più solo un problema per i Paesi poveri ma anche per quelli industrializzati. La difficoltà di accesso alla terapia della Gilead Sciences (la stessa azienda del farmaco Remdesivir) contro l’Epatite C per via del prezzo inaudito del farmaco rimane un caso di studio su scala globale, con effetti acuminati anche in Italia.

Il Consiglio dei Trips ha discusso l’iniziativa di India e Sudafrica a metà ottobre, senza venirne a capo. Venerdì 20 novembre tornerà a esaminare la questione. Nel frattempo, la proposta ha ottenuto il sostegno di molti Stati membri dell’Omc, di organizzazioni internazionali (Oms, Unaids, Unitaid), di economisti come Joseph Stiglitz, di oltre 400 organizzazioni della società civile impegnate nel mondo per l’accesso ai farmaci essenziali. La Santa Sede si è espressa con una posizione forte a sostegno della soluzione indicata da India e Sudafrica. Un lungo testo di appoggio alla deroga sui brevetti è stata sottoscritta da diversi rapporteurs dell’Onu, nei giorni scorsi. Si oppone invece il blocco dei Paesi industrializzati, gli stessi che hanno finanziato il colossale sforzo della ricerca con imponenti contributi pubblici (11 miliardi di dollari gli USA, 16 miliardi di euro la Commissione Europea), senza negoziare con l’industria del farmaco la benché minima condizione sui prezzi, sulla trasparenza degli studi clinici, sul trasferimento di tecnologie. Una disarmante politica di laisser faire che contrasta con le rigide barriere commerciali della proprietà intellettuale, vincoli che mettono a durissima prova le proclamate aspirazioni a un vaccino universale e l’orizzonte dell’accesso equo ai prodotti di cui tutti i Paesi hanno bisogno, in tempo di Covid-19. L’Italia molto ha sofferto la carenza di strumenti sanitari all’inizio della pandemia. Molto personale medico si è ammalato e ha perso la vita per questo deficit di strumenti essenziali. Il nostro Paese continua a soffrire duramente l’impatto del Covid-19. Ha dunque ogni interesse ad appoggiare la proposta di India e Sudafrica. Una proposta di buon senso, di grande beneficio per superare l’impasse sanitario ed economico in cui il mondo si trova. Il nostro governo deve dunque adoperarsi con convinzione in seno all’Europa, con gli altri Paesi membri, affinché l’ostilità della Commissione alla iniziativa di India e Sudafrica sia immediatamente rimossa. La eccezione al regime ordinario dell’Accordo Trips, per la gestione straordinaria che Covid- 19 impone, sarebbe una misura internazionale realistica ed efficace. Una scelta immediata dell’Italia in questa direzione darebbe sostanza e credibilità alle dichiarazioni del governo sul vaccino bene comune. Un orizzonte politico che richiede scelte di senso, sia sul piano europeo che internazionale, oltre le vecchie inservibili logiche del mercato.

Responsabile del programma salute globale di Society for International Development (SID) Fondatore e presidente dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche «Mario Negri»