Opinioni

Scritti dal carcere, a Milano. Così vicino così lontano

Marina Corradi giovedì 28 giugno 2012
«Ore 13, vado a farmi l’ora d’aria. In un cortile di 500 metri quadri i detenuti si dividono secondo la nazionalità. Dopo poco, tunisini e marocchini si fanno da u­na parte, gli albanesi dall’altra. Un minuto e scoppia l’inferno. Tutti scappano, non si sa dove. Il tunisi­no al centro del pestaggio cade. E­scono punteruoli, cinghia con sas­si, lui è una maschera di sangue. La folla dei detenuti ondeggia, cerca di sfuggire. Arrivano gli agenti, qual­cosa si ferma. Finalmente ci porta­no fuori».Dal carcere milanese di San Vittore Antonio Simone, l’imprenditore le­gato a Cl indagato nel caso Daccò-Maugeri e attualmente in detenzio­ne preventiva, scrive; e il sito web del settimanale 'Tempi', di cui è un fondatore, da due mesi pubblica. Si­mone dice di un detenuto che si au­toevira, della lotta quotidiana con bande di scarafaggi che scorrazza­no a 15 centimetri dalla branda più bassa; di com’è, vivere in sei uomi­ni in sette metri quadri – dandosi il cambio, chi sta sdraiato e chi sta in piedi. Annuncia che i suoi compa­gni chiedono di essere considerati non uomini, ma maiali: giacché, se­condo la Ue, un maiale d’alleva­mento ha diritto a un box di ben 7 metri quadri – tutto per lui. Che San Vittore, come del resto mol­te carceri italiane, sia un gran brut­to posto, a Milano lo si sa bene. Un posto «disperato e disperante», lo ha definito pochi mesi fa il sindaco Giuliano Pisapia. Solo che in gene­re a finirci dentro sono extracomu­nitari o tossicomani, gente che ra­ramente scrive, e che, qualora scri­vesse, non trova molto spazio sui giornali. E dunque la corrispon­denza di Simone, all’incrocio fra un carcere costruito a fine Ottocento e il web, somiglia ormai a un caso me­diatico. In buon italiano un dete­nuto della Milano borghese rac­conta come si vive in quel palaz­zaccio a tre minuti dalla basilica di Sant’Ambrogio.E su una platea abitualmente lontana dagli 'utenti' delle carceri queste lettere fanno l’effetto di manoscritti in bottiglia lanciati da un’isola d’esilio in un oceano lontano; senonché quell’isola è nel cuore di Milano. Allora, in qualcuno che legge sorge una domanda. Si sa, che molte carceri italiane sono indecenti; e però che appena dietro il portone di piazza Filangieri si apra un altro mondo, proprio dentro questa Milano che si vanta di essere europea, capitale morale, amante della legalità, questo impressiona. Qualcuno arriva perfino a chiedersi perché, come è possibile; e per di più, in un carcere in cui la grande maggioranza dei detenuti è in attesa di giudizio, e alcuni, come Simone, in carcerazione preventiva. Sarebbe a dire, ci si dice, che anche io, o mio figlio, magari per un errore, potremmo finire lì dentro? E il palazzaccio che i milanesi costeggiano, con le sue mura alte, lungo viale Papiniano, diventa nella immaginazione come un buco nero, qualcosa di assurdamente incrostato nel tessuto di Milano. Già, com’è possibile? Forse lo è perché in un certo sentire diffuso e forcaiolo chi va 'dentro' comunque se lo merita, e tanto peggio per lui. Forse, perché in termini di ritorno elettorale interessarsi di San Vittore non paga. A chiedere umanità e decenza nelle carceri ci sono soprattutto voci cattoliche, fra cui questo giornale, e, storicamente, i radicali. Adesso a San Vittore in molti hanno iniziato uno sciopero della fame contro il sovraffollamento – ci sono 500 detenuti oltre il limite massimo. La notizia finirà in poche righe sui giornali. Continueremo, passando da lì, a guardare a quelle finestre con le sbarre come a un oscuro confine di Milano. Da questa parte si beve il cappuccino con i croissant in piazzale Baracca, e si comprano i costumi per il mare. Là, degli uomini si stringono in celle bollenti, e all’ora d’aria restano in un angolo, sperando di passarla liscia. Qualcuno magari pensa di ammazzarsi; come, a febbraio, un ragazzo di appena 21 anni. Uomini e sottouomini. E Sant’Ambrogio appena laggiù in fondo; e il Palazzo di Giustizia a un quarto d’ora. Tutto così vicino – tutto così lontano.