Opinioni

Asia. I vescovi filippini: campane e preghiere contro le stragi di Stato

Stefano Vecchia sabato 23 settembre 2017

Manifestazione a Manila contro la violenza di Stato (Ansa)

Il 21 settembre 1972 le Filippine entravano nel lungo e buio tunnel della Legge marziale decretata dal presidente Ferdinand Marcos. Fu necessaria una sollevazione popolare con un ruolo centrale della Chiesa cattolica nel febbraio 1986 per riportare l’arcipelago sui binari democratici. Oggi le ombre del regime e forse della dittatura sembrano allungarsi ancora sull’arcipelago, guidato dal 30 giugno 2016 da un presidente, Rodrigo Duterte, che non solo applica metodi discutibili sul piano della repressione della criminalità, ma va tacitando critici e oppositori con minacce e pressioni insostenibili mentre applica politiche populiste che al momento poco influiscono sulla realtà quotidiana dei filippini. Contemporaneamente, ha posto il Sud sotto legge marziale con la possibilità di una sua estensione nazionale e, infine, parla apertamente di un diritto indiscusso a gestire la vita del Paese fondato sull’ampia preferenza accordatagli dagli elettori.

Quell’apertura di credito che sostiene la 'guerra alla droga' i cui risultati sono evidenti: almeno 14mila uccisioni di cui 3.800 ammesse dalla polizia, con pochi dubbi sulle dinamiche arbitrarie. Una vera caccia all’uomo che devasta le famiglie, terrorizza le comunità, porta ancora più in clandestinità i tossicodipendenti e favorisce degrado e diffusione di malattie trasmissibili, a partire dall’Aids. Un impegno, quello di Duterte, che resta però valido agli occhi dei filippini che lo hanno votato e che sembra non fermarsi davanti a nulla. «Se venisse ritenuto colpevole di avere legami col narcotraffico verrebbe giustiziato», ha assicurato mercoledì scorso Duterte davanti alle accuse avanzate da alcuni oppositori politici al figlio Paolo, 42enne imprenditore e vice-sindaco di Davao, di avere favorito l’importazione da parte di una cosca cinese di metanfetamine per il valore di 110 milioni di euro. «Il mio ordine è quello di ucciderti se sarai ritenuto colpevole. E proteggerò la polizia che lo farà» ha fatto sapere al figlio il presidente.

Resta difficile comprendere le ragioni dell’esaltazione dei filippini, in maggioranza cattolici e di estrazione sociale non privilegiata, per l’azione di un presidente che si propone come 'uno di loro', ma da un trentennio agisce contro gli emarginati. Prima a Davao, di cui è stato sindaco per sette mandati a partire dal 1988 partecipando alle azioni delle squadre di vigilantes contro street children e piccoli criminali, e ora a livello nazionale. «Il presidente cavalca l’insofferenza dei suoi connazionali verso lo status quo, evidenzia l’incapacità dei leader tradizionali e l’inefficacia dello Stato a risolvere i problemi sociali. Si propone come uomo forte, politicamente determinato, impermeabile alla pressione di interessi di varia natura. Duterte è stato in grado di indirizzare il disincanto dell’opinione pubblica verso l’establishment. Nel Paese è diffusa la percezione che la droga sia un problema serio, che distrugge le famiglie e corrompe la nazione. Il presidente ha mostrato drammaticamente come sia possibile fare qualcosa». A parlare è padre Jose Ramon T. Villarin, gesuita, Rettore dell’Ateneo di Manila, prestigiosa istituzione educativa da tempo fucina delle tendenza progressiste del Paese.

Quello brutale contro traffico e uso di droga è forse il maggiore impegno del presidente, sicuramente il più noto, da quando ha avuto accesso al maggior ruolo istituzionale in un arcipelago che di problemi non manca. Perché? «La povertà ha molte cause fondamentali e interconnesse. Il presidente ha avviato questo particolare impegno perché tocca direttamente la popolazione», spiega padre Villarin.

Ancor prima della sua elezione, in campagna elettorale ma con una accelerazione successiva, Duterte si è posto in contrasto verso Chiesa cattolica e società civile. Che hanno reagito, sebbene in modo inizialmente non coeso, sulla scia di una opposizione che opportunità e timore hanno assottigliato lasciando ampi spazi a una politica repressiva e mutevole. Per qualche tempo dall’avvio della presidenza Duterte, la Chiesa filippina è sembrata subire una politica governativa che ha aperto varchi nella resistenza alla contraccezione, all’aborto, alla pena capitale e alla carcerazione per i minori, ma ora è il tempo della reazione.

Mentre nelle strade di Manila si confrontano le fazioni favorevoli o contrarie ai metodi giustizialisti del presidente, ieri i vescovi cattolici hanno chiesto ai fedeli di sollecitare la fine delle uccisioni con veglie di preghiera e alle parrocchie di suonare le campane per 40 notti, fino a Ognissanti. Il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Socrate Villegas, ha confermato l’opposizione della gerarchia cattolica sottolineando che «l’interminabile, sanguinosa campagna contro la droga che non mostra di affievolirsi impegna noi, vostri vescovi, a dichiarare: nel nome di Dio, fermate le uccisioni». A disposizione dei credenti, «l’arma più potente del nostro arsenale», ovvero la preghiera. I n che modo il sostegno dei filippini si rapporta con l’identità cattolica di cui sono orgogliosi? «L’identità religiosa è una questione complessa. La dimensione sociale e profetica della fede è a volte in secondo piano oppure non così sviluppata come quella più strettamente religiosa o spirituale. Questa dicotomia (sociale e spirituale) – sottolinea padre Villarin – potrebbe chiarire l’apparente indifferenza che vediamo oggi in tanti filippini cattolici davanti alla violenza». L’azione di Duterte avrebbe evidenziato anche difficoltà di fondo della Chiesa filippina. «La mia opinione – spiega il gesuita – è che il presidente sia riuscito a dividere il popolo e i fedeli. La Chiesa come istituzione sociale si è pure divisa. Continuerà a indebolirsi? Se guardiamo al passato, agli anni della legge marziale, la Chiesa impiegò del tempo per recuperare un ruolo e far sentire la propria voce profetica. Allora ci volle un po’ ma alla fine ci fu una trasformazione e arrivò il risveglio». Mentre nell’irrequieto Sud, a Mindanao, da quattro mesi l’amministrazione Duterte si confronta con centinaia di guerriglieri musulmani associati al Daesh che né le forze armate, né i reparti speciali della polizia sono riusciti a cacciare dalla città di Marawi ormai in rovina e sono in stallo i colloqui con i militanti moderati, sale anche la tensione con il Partito comunista e la sua ala militare, il Nuovo esercito del popolo. Aprendo a una situazione che giustificherebbe (come un tempo) una deriva dittatoriale. È possibile? Come la politica, la società civile e altri attori possono opporsi? «I segnali in questo senso sono visibili. Ci stiamo indirizzando verso un sistema autocratico, con una erosione dei processi democratici– conferma il Rettore dell’Ateneo di Manila –. Lo stato di diritto è trasgredito nel nome delle opportunità e di risultati rapidi. La gente agisce o non agisce per paura, e se c’è pace è la pace della tomba. Al tempo della Legge marziale, quando lo Stato era onnipotente, i diritti umani violati, i servizi pubblici inesistenti, toccò alla società civile colmare le carenze del potere. Le Ong e le chiese, i mass media alternativi e i movimenti dei cittadini si aggregarono per fornire servizi necessari alle comunità e garantire la resistenza contro i saccheggi del regime. A meno che l’attuale amministrazione non recuperi un equilibrio, la società civile tornerà a coalizzarsi ancora per riempire la breccia nella democrazia e nei diritti». In questo senso acquista una luce ancora più significativa l’annuncio della nascita, il 28 agosto, del Movimento contro la tirannia, coalizione di decine di gruppi in rappresentanza di clero, intellettuali, attivisti, legali, giornalisti e artisti che ha dichiarato il proprio impegno contro «il governo autocratico» del presidente. A sollecitare l’iniziativa, l’uccisione pochi giorni prima di uno studente 17enne da parte della polizia. Ennesimo eccesso di zelo nella 'guerra' di Duterte.