Opinioni

Reportage. Così i contadini del Kenya vanno a scuola di sostenibilità

Matteo Fraschini Koffi martedì 11 febbraio 2020

Rosebella Langat nella sua piantagione di caffè in Kenya

I raggi dell’alba accarezzano le verdi e lussureggianti colline di Nandi, una regione del Kenya occidentale. Alle sette di mattina, Rosebella Langat è tornata a casa dopo la prima ora di lavoro trascorsa nella sua piantagione di caffè. Alta, robusta, dotata di una risata contagiosa, questa ex dirigente del marketing per alcune multinazionali ha viaggiato in tutto il mondo. Da cinque anni, però, ha deciso di fermarsi e mettersi in proprio per coltivare. Una scelta coraggiosa che ogni giorno la costringe a lottare contro le cause e le conseguenze del cambiamento climatico. Dopo mesi di violenti piogge, infatti, gran parte della produzione agricola in Kenya ha subito ingenti perdite. Non solo materiali, ma anche umane. «Le stagioni piovose sono cambiate completamente stravolgendo il calendario», afferma Langat mentre ci incamminiamo tra le piante di caffè che crescono a un centinaio di metri dalla sua abitazione. «Negli ultimi due anni ha piovuto forte da maggio a gennaio e il concime per nutrire il terreno, il terreno stesso e persino gli alberi sono stati spazzati via dalle alluvioni. Il cambiamento climatico – spiega la donna d’affari keniana, proprietaria di oltre 10mila piante di caffè – sta danneggiando la qualità e la produttività dei prodotti. Quando invece non c’è pioggia per tutto l’anno, dobbiamo trovare i mezzi per irrigare i campi, un processo delicato e molto costoso».

Langat è una dei circa 140 beneficiari del progetto 'Green to grow' finanziato dal programma 'Switch Africa green' dell’Unione Europea e implementato da un consorzio di organizzazioni che fanno capo alla Etimos Foundation di Padova, una fondazione che si occupa principalmente di pratiche imprenditoriali sostenibili. In seguito ai seminari promossi dal progetto, numerosi agricoltori in Kenya hanno appreso tecniche per migliorare la loro produzione di caffè, manghi e prodotti caseari con un maggiore rispetto dell’ambiente che li circonda, limitando così i problemi posti dal cambiamento climatico. «Per fare un esempio, ora mettiamo il concime al riparo per conservarlo asciutto, costruiamo piccole dighe nei campi per gestire meglio l’acqua e facciamo dei terrazzamenti – spiega Joseph Karaba, anche lui beneficiario del progetto e proprietario di una modesta piantagione di caffè nella località centrale di Kerugoya –. Intorno alle piante coltiviamo invece fagioli e patate che servono a stabilizzare il terreno e poi copriamo con dell’erba secca, in modo che il sole non faccia evaporare l’acqua».

I coltivatori stanno inoltre imparando e diffondendo ai loro vicini la pratica del 'single stem': formano una buca con un raggio più grande del solito, all’interno la riempiono con foglie, concime e terra, così che quando piove l’acqua venga assorbita e conservata. In questo modo si forma un 'compost' naturale e sostenibile in grado di sostituirsi all’uso pericoloso di fertilizzanti altamente dannosi per la natura e per la salute di chi coltiva e consuma. I pesticidi, che continuano a essere usati da molti agricoltori, possono essere considerati responsabili della morte di numerose persone in Kenya. «Ogni anno oltre 33mila keniani, 90 al giorno, muoiono di cancro o complicazioni legate al cancro – ha recentemente dichiarato Sicily Kariuki, ministra della salute keniana –. Gran parte dei decessi è causata dai fertilizzanti usati nelle coltivazioni». La gente comune ha iniziato a preoccuparsi seriamente quando ha visto i propri politici morire o ammalarsi di tumore. Le cure vengono spesso fornite negli ospedali indiani o europei non accessibili al cittadino medio. «Ho ridotto drasticamente l’utilizzo di fertilizzanti che mi servivano a eliminare i moscerini da frutta», assicura Paul Mutendwa, coltivatore di manghi da oltre vent’anni, un altro dei beneficiari del progetto 'Green to grow'. «Grazie al seminario che ho seguito ora uso la 'trappola da frutta' dotata di un contenitore bucato con all’interno un veleno che ha l’odore della femmina del moscerino da frutta. I moscerini quindi – continua il coltivatore – vengono attirati nel contenitore e muoiono».

I campi di mango di Mutendwa sono situati nella regione di Machakos, a 60 chilometri dalla capitale, Nairobi, un’area con oltre 500mila alberi di mango. Fino a due anni prima, la sua piantagione perdeva il 60% del raccolto. In seguito, grazie alle tecniche di coltivazione sostenibili, solo il 10% dei manghi di Mutendwa sono risultati danneggiati. I contadini di mango hanno inoltre imparato nuove pratiche di potatura e coltivazione, oltre a investire nella raccolta dell’acqua per produrre manghi tutto l’anno. Lo scopo è quello di rendere il loro lavoro un impiego più professionale, calcolando al meglio qualità e quantità dei propri manghi pronti all’esportazione verso l’Europa e i Paesi arabi. «Coltivo manghi da anni con grande passione ma alcuni metodi tradizionali non sono più validi – spiega un’altra contadina, Christine Makomba, proprietaria di una piantagione a Kitui –. Dobbiamo tutti adattarci al cambiamento climatico attraverso nuove tecniche che possano rispettare la natura».

Per Marco Santori, presidente di Etimos Foundation, l’obiettivo del progetto è «costruire nuovi modelli di mercato, so- prattutto locale, promuovendo un’evoluzione del fair trade per le nuove sfide ambientali e climatiche dell’Africa». Per anni i coltivatori locali si sono limitati a copiare quello che il loro vicino faceva. Oggi tanti di loro hanno invece capito che è necessario informarsi al meglio per ottimizzare la produzione. Il comportamento sta cambiando. C’è chi ha iniziato a piantare alberi invece di bruciarli per produrre carbone e poi venderlo. Anche le donne, a cui è vietato possedere terreni per ragioni culturali, stanno assumendo un ruolo sempre più importante nelle filiere agricole in Kenya. Una volta superate le sfide del cambiamento climatico, bisogna però affrontare quelle del mercato. Sebbene si producano circa 50mila tonnellate di caffè, in Kenya, alcune statistiche stimano che il volume si sia ridotto negli ultimi decenni dal 30% al 3% del totale della produzione agricola, principalmente a causa della speculazione sui prezzi e della corruzione che la rende possibile. «Sono i broker, gli intermediari di vari cartelli locali e internazionali, a decidere prezzi, quantità e qualità del mio raccolto, con la connivenza delle autorità – denunciano molti coltivatori di caffè e mango –. Così in tanti hanno smesso di produrre. Per questo ora vogliamo renderci più autonomi, comprando noi stessi i macchinari per la trasfor-mazione e comunicando direttamente con i clienti».

Da qualche tempo, le nuove direttive internazionali legate al cambiamento climatico hanno comunque iniziato a fornire fondi agli istituti finanziari con il solo obiettivo di devolverli a imprese ecosostenibili. La stessa Banca africana dello sviluppo (Afdb) è sempre più coinvolta in progetti di agro-business responsabile e modernizzazione del settore agricolo. «I miliardari delle prossime generazioni non saranno i petrolieri, ma i direttori di società agricole – ama ripetere Akinwumi Adesina, presidente della Afdb –. In Africa il potenziale di tale settore è altissimo».