Opinioni

Editoriale. L'accusa di genocidio a Israele, pericoloso assist agli estremismi

Anna Foa sabato 13 gennaio 2024

Il deferimento alla Corte internazionale dell’Aja, su richiesta del Sudafrica, di Israele sotto l’accusa di genocidio per quanto sta avvenendo a Gaza propone una serie di problemi sia giuridici che politici.

Il primo, giuridicamente il più importante, è se sia o meno possibile definire con l’etichetta di “genocidio” la guerra di Gaza, con l’altissimo numero di morti civili che causa, un numero che il segretario di Stato americano Blinken giudica non da oggi troppo alto, e i trasferimenti di centinaia di migliaia di palestinesi in seguito ai bombardamenti israeliani.

Nell’elaborazione di Raphael Lemkin, il giurista ebreo polacco che nel 1944, rifugiato negli Stati Uniti, coniò per primo il termine “genocidio”, descrivendo ciò che stava succedendo agli ebrei europei ma con lo sguardo rivolto anche allo sterminio degli armeni nel 1915, e nella successiva Convenzione internazionale sul genocidio, del 1948, ad oggi ratificata da 152 Paesi fra cui Israele stessa, volta a prevenirlo e a fornire il mondo, attraverso i tribunali internazionali, dei mezzi per reprimerlo, si intende per genocidio una serie di atti commessi intenzionalmente «con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». La domanda è quindi se l’operazione israeliana su Gaza assuma le caratteristiche di un’azione volta intenzionalmente a sterminarne la popolazione o a «sottoporla a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale».

Il Sudafrica ha portato a sostegno di questa interpretazione le dichiarazioni di alcuni ministri del governo Netanyahu, in particolare Ben Gvir e Smootrich. È sufficiente, in un contesto in cui per nove mesi mezza Israele si è battuta scendendo in piazza ogni settimana proprio contro questo governo e in particolare contro questi ministri estremisti religiosi, fanatici, razzisti? Questo è ciò a cui il Tribunale internazionale dovrà dare innanzi tutto risposta. Bastano queste dichiarate intenzioni a caratterizzare come intenzionale e rivolta a distruggere i palestinesi – non Hamas ma i palestinesi – l’azione militare che ha determinato migliaia di vittime civili portata avanti da Israele con l’obiettivo dichiarato di distruggere Hamas e salvare gli ostaggi? Obiettivo finora non raggiunto, mentre si accumulano le vittime civili palestinesi.

Forte e giustificato è il sospetto che nel corso di questi tre mesi l’intenzione di distruggere Hamas e liberare gli ostaggi si sia mutata, nel governo Netanyahu, in quella di sbarazzarsi attraverso l’espulsione di una larga parte dei palestinesi e di farla finita con l’idea stessa della creazione di uno Stato palestinese. Ma questa deprecabile e cieca intenzione di ricostruire la grande Israele basta a caratterizzare come “genocidio” la terribile guerra di Gaza? E non fa da contraltare a quella espressa da Hamas di sbarazzarsi dello Stato di Israele e di creare una grande Palestina “dal fiume al mare”?

E se si discute della possibilità di caratterizzare sotto l’etichetta di genocidio l’azione di Israele a Gaza, come caratterizzare l’attacco terroristico del 7 ottobre, con 1.200 ebrei, e non solo perché c’erano fra loro palestinesi, beduini, lavoratori provenienti da altre parti del mondo, massacrati in quanto ebrei in nome di Hamas, che è certamente un’organizzazione terroristica ma è anche al governo a Gaza? E la presa degli ostaggi, vecchi, donne, bambini? Certamente, l’etichetta di fenomeno genocidario se non di genocidio – ed esistono differenze giuridiche – può essere perlomeno discussa a proposito del 7 ottobre. Non è però nell’agenda attuale del Tribunale dell’Aia.

Non sono un giurista ma una storica. Dubito comunque che dal punto di vista strettamente giuridico l’etichetta di genocidio possa essere applicata a quanto avviene a Gaza. Il che non toglie che sia necessario arrivare al più presto a fermarlo e a trovare soluzioni politiche e non militari a Gaza. Questo coinvolge il problema del dopoguerra, per il quale i pareri dei membri del governo Netanyahu sono discordi, alcune come abbiamo detto fuori dalla realtà – ma che non può essere lasciato alle decisioni di un governo che ha delle gravissime responsabilità politiche e militari negli eventi svoltisi a partire dal 7 ottobre e che sembra aver perso la fiducia del popolo israeliano. Che fare di Gaza? Chi la governerà? Se Netanyahu e i suoi ministri restano al potere in Israele, solo un accordo internazionale, che ponga in qualche modo Israele sotto tutela, può risolvere la situazione.

E arriviamo a quello che a mio avviso è uno dei noccioli del problema dell’accusa di genocidio. Può il deferimento di Israele al tribunale internazionale spingere in direzione di un accordo internazionale, che fermi la guerra, che blocchi se non distrugga Hamas e porti alla creazione di uno Stato palestinese dotato di nuovi leader (per esempio Marwan Barghouti, liberandolo dal carcere) e di nuove responsabilità politiche? Se così fosse, allora potrebbe essere un passo verso la soluzione del conflitto o almeno verso un più attento monitoraggio internazionale delle perdite civili palestinesi e dell’espulsione degli abitanti di Gaza.

O non si tratta invece di un tentativo propagandistico, che non porterà a nessuna soluzione ma che avrà l’effetto di sollevare ondate di indignazione – e di antisemitismo – nei confronti di Israele e di cancellare ulteriormente la consapevolezza dell’evento genocidario del 7 ottobre? Con il risultato concreto di esacerbare il conflitto invece di contribuire a fermarlo e di ricompattare intorno al peggiore governo che Israele abbia mai avuto il sostegno degli israeliani? Temo che questo, e solo questo, possa esserne l’effetto, anche se mi auguro che le cose non stiano in questo modo. A vincere la guerra della propaganda, se non quella militare, sarebbero in quel caso Hamas da una parte, e il governo Netanyahu dall’altra, con obiettivi opposti ma simili. A lungo termine, si arriverebbe come nelle intenzioni di Hamas, a mettere in dubbio l’esistenza stessa di Israele in quanto Stato genocidario. E in Israele a consolidare il governo nella sua convinzione che tutto il mondo sia composto di antisemiti, che ne vogliono la distruzione.