Opinioni

La scelta di Jolie. Ma ogni caso è unico, il bisturi non è sempre salvezza. Il coraggio e l’illusione

Lucia Bellaspiga mercoledì 15 maggio 2013
In tempi in cui la femminilità si misura in taglie e le ragazze per il sedicesimo compleanno chiedono a mamma e papà un seno più prosperoso (ottenendolo), la notizia che da ieri mattina è rimbalzata sui nostri cellulari e nei social network non poteva che lasciarci interdetti: Angelina Jolie si è fatta asportare entrambi i seni. Non perché colpita da tumore, ma per evitare in un futuro di esserlo. Non da malata, ma da sana. Notizia incredibile, in un primo momento, poi impressionante, in seguito però curiosa, nel senso più sano del termine: quando a compiere un’azione è un personaggio famoso, per forza di cose diventa un testimone e un esempio, positivo o negativo che sia. E allora come mai la bella Angelina aveva rinunciato ai suoi famosi seni, così preziosi che – il business si annida proprio dappertutto – oggi a Londra una foto in topless dell’attrice scattata nel 2001 sarà messa all’asta a partire da 50mila dollari? Scelta avventata o azione coraggiosa? Trovata pubblicitaria da diva fuori di testa o decisione “normale”, che nelle sue condizioni potrebbe riguardarci tutte? Ansia di (pretesa) immortalità o giusta prevenzione? Gli esperti dibattono, i giornalisti intervistano, le gente si interroga, insomma, una cosa è certa, la giovane donna, già madre di sei figli (tre naturali e tre adottati), ha portato a galla una tematica non da poco, costringendoci a fare i conti con una pratica emersa da quando esiste la medicina genetica: la Jolie ai test è risultata portatrice di una mutazione del gene Brca1, ovvero rispetto alle altre donne aveva un rischio di contrarre un cancro al seno più alto dell’87% e alle ovaie del 50%. Va detto subito, quindi, che faceva parte del ristrettissimo numero di persone (una su duecento) gravemente predisposte al carcinoma, una cosa ben diversa dalla generica “familiarità” che deriva dall’avere casi di tumore in famiglia. La prima domanda che tutte ci siamo poste è la seguente: sono anch’io a rischio? Come sarà il mio gene Brca1, di cui – ammettiamolo – ben poche di noi conoscevano l’esistenza? Dovrei anch’io fare i test, visto che la scienza oggi permette tale prevenzione? Per l’attrice, infatti, il rischio di cancro con la doppia mastectomia è sceso dall’87% a meno del 5%, non una certezza di scamparla ma una buona probabilità, dunque. E la seconda domanda: ma era necessaria una misura così drastica come la mutilazione dei seni (e la successiva asportazione delle ovaie)? Non sarebbe sufficiente tenere costantemente sotto controllo la situazione con esami periodici? E poi un dubbio: perché l’attrice ha sentito il bisogno di annunciare al mondo quanto le era accaduto? A rispondere è lei stessa, ritenendo che «altre donne possano beneficiare della mia esperienza». Non una star in cerca di visibilità, dunque, (non ne ha bisogno), ma una donna e una madre che una volta tanto sveste i panni algidi della diva. Per quelle di noi comuni mortali che magari vivevano con profonda umiliazione una mastectomia o l’asportazione delle ovaie, centri della vita e del nostro essere donne, il racconto choc di Angelina Jolie può essere stato una scossa di speranza e condivisione: la loro mutilazione da oggi sanguinerà un po’ meno, se la compagna del sex symbol Brad Pitt, una delle donne più affascinanti al mondo, ha accettato di tagliare il seno che ha nutrito i suoi figli e con due protesi è bella quanto prima. Il resto però sta a noi: a non pensare di poter emulare in tutti i casi la sua scelta, a non cadere nell’illusione che un’operazione ci doni l’invulnerabilità o che la negatività di un test ci preservi del tutto, a comprendere che ogni caso è unico e a sé stante, e soprattutto ad affidarci a quel cocktail di scienza e coscienza che si chiama medico. Alla Jolie il merito di averci detto che la sua femminilità «anche senza seni» resta in quel suo essere sei volte madre, e di aver dato francamente un nome a qualcosa che chiamiamo ingiustamente «male inguaribile»: «Io almeno ho abolito la regola del silenzio che vigeva all’interno della mia famiglia, dove la malattia era diventata qualcosa di inevitabile, di cui non si doveva nemmeno parlare». Come, spesso, nella nostra società.