Opinioni

Reddito di cittadinanza. Concentrarsi sui navigator (e non solo battute)

Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi venerdì 1 marzo 2019

Non mancano zone d’ombra e difetti di natura tecnica, ma sta di fatto che il reddito di cittadinanza è ormai una realtà anche nel nostro Paese. Sono state avanzate molte critiche a una misura che, per come configurata, si colloca a metà tra l’assistenzialismo e le politiche di inclusione anche attraverso la ricerca di un lavoro. Ma resta difficile pensare a una breve sperimentazione: il costo elettorale di una marcia indietro nelle prossime legislature sarebbe probabilmente troppo elevato.

Allora la sfida di oggi è quella di trovare il modo giusto per far funzionare il reddito di cittadinanza, migliorandolo e dandogli la possibilità di non essere solo un sussidio passivo ma piuttosto una occasione per rilanciare l’inclusione di gruppi vulnerabili e svantaggiati in un Paese come il nostro in cui il basso tasso di occupazione resta tra i problemi principali. Per far questo occorrerebbero molte modifiche alla norma, che però difficilmente arriveranno in tempi brevi. Per ora sappiamo solo che il reddito di cittadinanza comincerà a essere erogato tra poco più di un mese. Nulla ancora si sa invece delle misure di riattivazione e di presa in carico dei percettori, in modo da restituire alle persone coinvolte non solo una quota di ricchezza, ma anche quella dignità e quel senso di appartenenza a una comunità che solo il lavoro può dare.

Un fronte importante sul quale si potrebbe iniziare fin da subito a lavorare ci pare quello dei cosiddetti 'navigator', formula forse poco felice e per questo oggetto di satira e sbeffeggio. Eppure è proprio questa la figura sulla quale si dovrebbero investire oggi risorse e progettualità, perché è centrale nei moderni e sempre più complessi mercati del lavoro. Invece, con riferimento al bando con cui si dovranno reclutare queste figure, siamo davanti al rischio di un nuovo scontro istituzionale tra Stato e Regioni che, pur con argomentazioni di sicuro peso tecnico e formale, porterà a un ulteriore slittamento della componente lavoristica del reddito di cittadinanza. Infatti, è molto difficile immaginare che il governo non possa trovare le modalità per erogare il reddito prima delle elezioni europee, con la conseguenza che il contenzioso non farà altro che bloccare il sistema di accesso al 'mercato del lavoro' e alla riqualificazione professionale, rendendo il reddito ancor più uno strumento assistenziale. Bisognerebbe invece partire al più presto col definire i contorni di contenuto di un profilo professionale, quello di questi facilitatori dell’incontro tra domanda e offerta di lavoro, che oggi non è affatto chiaro. Precisare le loro competenze, i percorsi formativi che dovranno intraprendere, i luoghi fisici in cui dovranno lavorare, le modalità di contatto con i percettori del reddito di cittadinanza, il loro prezioso ruolo di orientatori e guide. Ma non basta il profilo professionale.

Sappiamo che senza una infrastruttura tecnologica moderna anche il miglior 'navigator' non potrà svolgere il suo ruolo. Per fare tutto questo servono soggetti che conoscono il mercato, le moderne tecniche di mappatura delle competenze, i percorsi di formazione possibili e attivabili sia sul territorio che a livello regionale o nazionale. Ma anche persone che sappiano discutere con le imprese, offrendo loro un interlocutore credibile che le convinca a rivolgersi (anche) ai centri pubblici per l’impiego per trovare il personale di cui hanno bisogno. Non sono molte le persone in Italia in grado di svolgere questo ruolo con professionalità, c’è bisogno di una formazione adeguata ai tempi e alla complessità del compito. E i tempi per la costruzione di queste figure sono inevitabilmente lunghi e siamo già ampiamente in ritardo per partire ad aprile. Sarebbe utile quindi che anche chi si oppone, con motivi giusti, all’infrastruttura del reddito di cittadinanza si faccia portatore di proposte migliorative contribuendo alla costruzione di quelle politiche attive di cui si parla, senza esito, da oltre trent’anni nel nostro Paese. E che il Governo e i tecnici impegnati nell’implementazione ascoltino i consigli pratici dei territori e degli operatori accreditati che già operano pur con tutte le difficoltà di un mercato del lavoro ancora caratterizzato da un elevato tasso di informalità, da prassi al limite della legalità, dalla logica delle raccomandazioni e del passa parola. In caso contrario sarebbe l’ennesima occasione sprecata.