Opinioni

Dal Green Deal a Davos. Comunità per trasformare società, rancore e ingiustizia

Paolo Venturi mercoledì 22 gennaio 2020

Una cittadina del Centro Italia

Se proviamo a unire i puntini che legano l’approvazione da parte della Commissione europea del Green Deal (mille miliardi di investimenti in 10 anni per l’economia verde), l’ennesima dichiarazione del 're' degli investitori, Larry Fink, presidente del colosso finanziario BlackRock (gestisce circa 7mila miliardi di dollari), che annuncia un trasformazione epocale nella finanza 'dichiarando guerra' al business insostenibile e di breve periodo, e il nuovo Manifesto dei big dell’economia in occasione di Davos 2020 (che modifica il codice etico dell’impresa, fermo al 1973), è ragionevole pensare che dalle parole stiamo passando ai fatti e che il 'dogma' della massimizzazione del profitto, come moralità dell’impresa, sta lentamente arretrando.

Il combinato disposto di questi tre fatti, esplicita la direzione verso cui l’economia si sta dirigendo ossia quella di una maggiore sostenibilità ambientale e sociale: cosa in sé molto positiva ma che non è sufficiente per sopperire alla mancanza di inclusione, troppo spesso assente nei meccanismi di produzione del valore (spesso orientati all’estrazione e non alla generatività).

Un contributo originale e decisivo per dilatare la sfera dell’inclusione, operando così una diversa redistribuzione del valore e un maggior coinvolgimento della società, consiste nel potenziamento di quello che l’economista Raghuram Rajan (in Italia di recente per la presentazione del Cottino Social Impact Campus di Torino) ha chiamato nel suo ultimo libro 'Il terzo pilastro' (Egea), ossia la comunità. La tesi di Rajan non è nuova, ma riveste un’importanza enorme perché viene da uno degli uomini più influenti al mondo in economia; una tesi che oltre a fornire proposte di sviluppo costruite 'dal basso', di fatto segnala alla politica che non è più ammissibile immaginare soluzioni senza riallineare la coscienza dei luoghi (Giacomo Becattini) e l’intraprendenza delle comunità alle ricette per uno sviluppo più sostenibile e una società più equa.

È una proposta, questa, che rilancia il valore di un’economia più civile fondandola su un ordine sociale che trova la sua armonia 'solo' superando il dualismo fra Stato e Mercato: il terzo pilastro (la Comunità) diventa perciò l’elemento 'trasformativo' e non solo quello riparatorio o compensativo. Una dimensione trasformativa indispensabile per superare i fallimenti: dei territori (come le aree interne del nostro Paese sempre più spesso abbandonate); delle politiche pubbliche (visibili nell’incapacità di ridurre i gap di equità anche a fronte della redistribuzione di risorse); e della innovazione (dove la tecnologia e la conoscenza rischiano di aumentare il 'divide' e la disuguaglianza nella società).

Rilanciare il terzo pilastro nel nostro Paese, non significa fare apologia dei luoghi e del valore solidale delle comunità, ma incorporare il valore della conversazione, dell’intelligenza collettiva, del Terzo settore e dell’imprenditorialità sociale dentro (e non 'a lato' o 'dopo') le politiche, quelle vere. La potenza trasformativa di questa visione 'inclusiva' trova nel nostro Paese non solo le proprie radici (Economia Civile) ma anche numerosi casi che restituiscono le prove che le cose possono cambiare veramente. Le sfide sociali a cui siamo chiamati sono dilemmi che chiedono non solo 'un orizzonte e uno scopo' ma anche un alto grado di interdipendenza e fiducia fra i cittadini e fra questi ultimi e le istituzioni.

Nell’era della vulnerabilità, tanto le scelte economiche quanto quelle politiche rischiano di fallire velocemente non perché sbagliate, ma perché non hanno il sottostante che le sostiene, ossia la fiducia. Lo stesso può dirsi per quel che riguarda la globalizzazione e il digitale, che senza una ri-composizione con il valore dei luoghi, rischiano di slegare e divaricare ulteriormente il senso di appartenenza di un popolo. Ora che la sfida ai cambiamenti climatici sta muovendo e trasformando il mercato non dobbiamo perdere l’occasione di mettere al centro il potenziamento e la capacitazione di comunità aperte. Avremmo non solo un grandissimo antidoto alle 'comunità del rancore' (di cui ci accorgiamo solo quando votano), ma anche un dispositivo straordinario per alimentare innovazione e impatto sociale.

Direttore di Aiccon, Associazione italiana per la promozione della cultura della cooperazione e del Non profit