Opinioni

Madri in affitto e altro. Commercio di donne e figli: la battaglia non è già persa

Carlo Cardia martedì 29 luglio 2014

La lettera aperta di Jacques Delors, Lionel  Jospin, e altre personalità della sinistra francese al presidente Hollande perché rifiuti la deriva antropologica che porta alle madri in affitto e, dunque, al mercato delle donne e dei figli, induce a una riflessione più ampia che nel prossimo futuro prenderà spazi crescenti nel pensiero e nella politica occidentali. Può affermarsi come una rassegnazione sul fatto che questa deriva è inarrestabile. Per il cedimento non d’oggi della cultura anglosassone, in specie negli Stati Uniti, l’approvazione in Francia del cosiddetto «mariage pour tous»», l’incrinarsi recente della diga anche in Italia con la sentenza sulla fecondazione eterologa, e le annunciate e non abbastanza chiare riforme del diritto di famiglia che dovrebbero seguirne. Qualcuno dice che non c’è più niente da fare, la battaglia sarebbe 'persa ovunque': è a rischio la prospettiva cristiana che dall’antichità ha introdotto valori nuovi di solidarietà per un umanesimo che s’è costruito e affinato nei secoli; sono all’angolo le culture che affondano radici nel pensiero classico, difendendo la persona strutturata nella comunità familiare naturale. C’è motivo per essere pessimisti, ma occorre approfondire la questione per scorgere anche altro, per valutare ciò che si può e si deve fare. L'appello di esponenti della gauche francese non è la prima eccezione al conformismo individualista che pervade l’Europa e l’Occidente. Esso fa seguito alla mobilitazione di uomini e donne d’ogni orientamento, in Francia, Spagna, Usa e altri Paesi, alla partecipazione in Italia di personalità e correnti di pensiero religiose e laiche contro un orizzonte definito super-individualista, al ripensamento che filosofi del relativismo stanno avendo sugli esiti delle proprie teorie, come riferito spesso su 'Avvenire'. Una prima considerazione emerge da questo ripensamento, che è solo agli inizi. L’impegno per una legislazione che, nell’ambito della famiglia e della genitorialità, metta al centro la persona e la sua relazionalità, può essere un impegno trasversale, che attinge linfa da radici comuni che sono alla base dell’evoluzione storica del pensiero e del diritto che promuovono una società solidale. Valutiamo due aspetti di questa riflessione. Il concetto di genitorialità, oggi frammentato, ridotto a segmento effimero dell’esperienza umana, succube delle leggi di mercato primordiali, con scambi di persone, baratti, vendite di esseri umani, frantuma un tessuto essenziale di relazioni umane. Esso finisce per coinvolgere i genitori (in ottica relativista s’è giunti ad auspicare in Italia il limite di dieci possibili genitorialità nascoste dei donatori, quasi una forma di calmiere mercatista...), che avvertiranno paternità e maternità come variabili indipendenti delle situazioni più diverse, con la caduta di legami forti propri dei rapporti naturali, e la perdita del significato etico e solidale dell’adozione. Ne soffrono soprattutto i figli, privati di una struttura antropologica d’amore che segue alla genitorialità completa, permanente, che alimenta la vita intera, e già oggi (per la privatizzazione del matrimonio, il divorzio breve, la fine di centralità dei rapporti affettivi) quasi sfuma nell’indebolimento generale della famiglia. Non è poca cosa che i guasti siano avvertiti, proclamati, denunciati, anche da quanti non muovono da postulati di fede, ma avvertono le crepe sociali che alla lunga determinano danni per tutti. L'altra riflessione riguarda il concetto di solidarietà che è proprio delle culture di sinistra, ma si sta sempre più riducendo a un livello economicista che non può reggere a lungo. L’appello di Delors e Jospin degli altri denuncia il linguaggio mercantile con cui si definiscono uomini e donne, genitori e figli, chiede di non «soccombere a ciò che è un trionfo dell’industria del parto su ordinazione, e senza che ciò costi loro lo statuto di essere umano attraverso il riconoscimento dell’efficacia del contratto di gravidanza che li ha designati come 'cosa' desiderata, ordinata e consegnata». Si fa strada un interrogativo cruciale, se si possa costruire una società solidale sul piano economico, e individualista a livello antropologico e di relazioni filiali e genitoriali. Non sono più in gioco valori religiosi (anche se, va pur detto una volta, la nostra fede si nutre di autentica umanità, razionalità, ed è fonte di solidarietà); c’è qualcosa che colpisce al cuore l’identità di culture che hanno contribuito a costruire il grande albero delle libertà moderne, legandosi alla classicità aristotelica, all’umanesimo rinascimentale, al personalismo cristiano, alle critiche ottocentesche d’ogni forma di economicismo che svilisce il valore della persona riducendola a merce, cosa, oggetto. È messo in discussione il tessuto filosofico e culturale che ci è stato consegnato dall’evoluzione storica. 

Ci si può rivolgere allora criticamente (e con rispetto) a quella rassegnazione che serpeggia tra quanti ritengono che la partita è persa, l’individualismo ha vinto. Si comprende il sentimento, ma non è per niente scontato – e questo giornale continua a sottolinearlo sui diversi fronti aperti – il trionfo del mercantilismo antropologico. Stiamo agli inizi di una battaglia culturale e civile che si annuncia lunga e intensa, impegnerà uomini e donne di ogni cultura, dovunque nel mondo. Si sta prendendo coscienza dei frutti amari della sovranità dell’Io, si avverte che sono a rischio quei valori del personalismo moderno che si davano quasi per scontati, avendo essi trionfato sul totalitarismo del Novecento, ma che oggi sono insidiati da un totalitarismo individualista, subdolo, quasi strisciante. E non dobbiamo perdere di vista un dato macroscopico: uomini, donne, giovani e bambini, di tutto il pianeta sono chiamati in causa da legislazioni e indirizzi che possono ridurre le relazioni familiari a meri esiti di una tecnologia della vita che impoverisce il suo contenuto umano. C'è, però, spazio amplissimo per testimoniare, e promuovere, una concezione forte della famiglia e della genitorialità, per difendere in ogni segmento dell’ordinamento i diritti dei soggetti più deboli (che si vanno moltiplicando) nella convinzione (questa, sì, dona ottimismo) che la consapevolezza degli esiti alienanti dell’individualismo estremo, porteranno al riesame di quella potestà individuale assoluta che gratifica nell’immediato, ma poi è d’ostacolo per una società più umana e ricca di speranza.