Opinioni

Le dimissioni di Scajola da ministro. Che la lezione sia salutare

Sergio Soave mercoledì 5 maggio 2010
Le dimissioni da ministro cui è stato costretto Claudio Scajola – per la seconda volta nella sua carriera, seppure per ragioni del tutto differenti – chiudono un incidente che poteva mettere in gravi difficoltà l’esecutivo, ma rappresentano anche un monito che non può essere sottaciuto. Al di là delle responsabilità specifiche che il ministro nega e che dovranno essere accertate, appare evidente che questa vicenda contribuisce ad accentuare il problema del tutt’altro che esaltante tasso di credibilità dell’attuale classe dirigente. Un nodo stretto, che la sensibilità acuita dalle condizioni critiche in cui debbono vivere tante famiglie rende ancor meno sopportabile.Va dato atto a Scajola di aver infine reagito con sensibilità istituzionale, oltre a riconoscergli da garantisti la presunzione di innocenza, ma ovviamente il danno politico e di immagine prodotto non può essere sottovalutato.Anche questo episodio, che si aggiunge alle note tensioni al vertice del Popolo della libertà, contribuisce a creare una situazione di incertezza sulla stabilità del quadro politico, inimmaginabile fino a poche settimane fa, quando il centrodestra si era visto confermare la fiducia nelle elezioni regionali e amministrative. Ora Silvio Berlusconi non deve solo sostituire il responsabile del dicastero dello Sviluppo economico, uno dei più importanti ministeri economici, deve delineare e concordare all’interno di una maggioranza attraversata da profonde tensioni una politica complessiva per lo sviluppo economico, in una fase nella quale i mercati e le valute subiscono i pesanti contraccolpi della crisi greca.Serve una visione di medio periodo, che permetta, se e quando si placherà la bufera nei mercati internazionali, di definire nuovi strumenti che favoriscano lo sviluppo in un clima di competizione accentuata, a partire naturalmente dal sostegno fiscale alle famiglie e alle imprese, da realizzare nel rispetto degli impegni di rigoroso controllo della finanza pubblica. Si tratta di un compito arduo, che richiede scelte di prospettiva, sulle quali sarebbe auspicabile il confronto costruttivo tra una maggioranza che ritrova la sua coesione con minoranze rispettate nel loro ruolo e portatrici di apporti critici ma non ostruzionistici. La precondizione, naturalmente, è l’attendibilità dei governanti, che deve essere assicurata anche sotto il profilo della loro correttezza personale. Un ministro «non può vivere in una casa pagata in parte da altri», ha detto Scajola. E non può neanche rendersene conto a scoppio ritardato. Princìpi analoghi di correttezza, misura e auto-vigilanza devono valere per chiunque rivesta responsabilità pubbliche, specialmente in un periodo nel quale si chiede ai cittadini uno sforzo eccezionale per resistere agli effetti della crisi.La stabilità politica, che è un bene necessario in generale e lo è ancora di più durante un periodo procelloso come quello attuale, va difesa, oltre che con scelte adeguate alla gravità dei problemi, anche con comportamenti che non seminino la sfiducia nelle istituzioni e nei loro rappresentanti. Solo se di questo si prenderà atto, lo scossone di questi giorni sarà stato una lezione salutare, un allarme che potrà incitare a ritrovare le ragioni profonde dell’insostituibile funzione della politica, di quella vera.