Opinioni

Il messaggio educativo di un film di successo. «Colpa delle stelle» se l'amore non muore

Alberto Pellai martedì 9 settembre 2014
Durante l’ultimo fine settimana, il film "Colpa delle stelle" è stato il più visto nelle sale cinematografiche nazionali. Il libro da cui è tratto staziona da mesi nella classifica dei best seller. È indubbio che si tratti di un grande successo, sul quale vale la pena fare qualche considerazione educativa.  Perché "Colpa delle stelle" non racconta la solita storia d’amore tra ragazzini che fa battere il cuore a suon di baci rubati, pettegolezzi tra amiche e trasgressioni di varia natura. Bensì, la vicenda ha per protagonisti due adolescenti affetti da tumore che si innamorano frequentando un gruppo di auto-aiuto per ragazzi la cui vita è sotto assedio a causa del cancro.  Insomma, una storia dove amore non fa rima con cuore, ma con dolore, dove l’adolescenza ha tutti gli ingredienti classici - amicizia, ormoni, sessualità, scuola, progetti, esplorazione, viaggi di formazione - mescolati con quelli che non ti aspetti, primo fra tutti la morte. Che è onnipresente e, paradossalmente, è forse l’elemento più vivo di tutto il romanzo. I due protagonisti la devono calcolare come un rischio reale in tutto ciò che fanno e che vivono. «Se vado a scuola sono a rischio di morire? Ce la posso fare a sopravvivere ad un viaggio intercontinentale o morirò in aereo? Che senso ha innamorarsi di qualcuno che potrebbe non esserci più tra un anno, una settimana, un giorno?». Domande che non hanno risposte certe, che possono essere affrontate solo considerando la morte per quello che è: un’eventualità che rappresenta l’unica certezza nella vita di tutti noi. Sulla quale non abbiamo controllo. E con la quale dobbiamo imparare a fare i conti.  Quando entrano in adolescenza, ragazzi e ragazze comprendono per la prima volta di essere vulnerabili. Se da bambini l’unica morte che temevano era quella dei loro genitori, in adolescenza la loro morte diventa pensabile, concreta e tangibile. Lo sviluppo del cervello permette loro di fare un 'salto di qualità' nei processi cognitivi e affettivi e rende loro possibile mentalizzare aspetti inediti e nuovi, rispetto all’infanzia. La morte è tra questi.  Un tempo esisteva una lenta e progressiva educazione alla morte, che faceva parte del patrimonio umano e culturale di ciascuno di noi, alla quale la religiosità famigliare dava un contributo fondamentale. Si partecipava ai funerali di parenti e conoscenti tutti insieme, si faceva visita alla tomba dei morti, si pregava e si diceva il rosario in occasione della festività del 2 novembre. E questo permetteva di parlare di morte (e naturalmente anche di vita) in famiglia, con gli adulti di riferimento. Poi sono arrivati i tempi e la cultura della felicità a tutti i costi. Le celebrazioni dei Santi e dei Morti sono state largamente rimosse per far posto alla più commerciale Halloween: gli adolescenti vanno in discoteca, i bambini si vestono come a Carnevale dicendo «Dolcetto o scherzetto». Sempre più genitori, oggi, non portano i figli ai funerali dei nonni, per paura di turbarli o traumatizzarli e sulla morte raccontano bugie: «Il nonno non c’è più perché è partito per una lunga vacanza». Insomma, la morte è stata trasformata dagli adulti in tabù. Invece è una cosa vera e che fa paura. In quanto tale, gli adolescenti hanno bisogno di parlarne, di farsi domande, di poterla pensare. Rimuoverla come se non esistesse, spinge a considerarsi onnipotenti. E sentirsi onnipotenti può portare l’adolescente a diventare sprezzante del valore della vita. A volte addirittura a buttarla via in seguito a incidenti stradali e a imprese estreme in cui la morte non viene calcolata, proprio perché nessuno ha mai insegnato a vederla, a temerla, a pensarla.  Le cronache raccontano spesso storie di adolescenti che muoiono gettandosi dai piani alti nelle piscine degli alberghi in cui trascorrono le vacanze. Alla pari di una sfida o di un gioco. Come se la morte non esistesse. 'Colpa delle stelle' la morte non la nasconde, non la sfida e non la teme: la racconta come inevitabile in una storia di malattia. La rende pensabile per quello che è: qualcosa che non piace a nessuno, che fa paura e che purtroppo ci riguarda tutti. Il successo di questo film, così come quello della serie televisiva 'Braccialetti rossi' di qualche mese fa, non è il risultato del caso e risponde a un bisogno educativo profondo, sul quale tutti noi adulti dovremmo imparare ad interrogarci altrettanto profondamente.