Opinioni

Gli animali e noi. Ci tocchi ogni altra vita arsa nel fuoco del Montiferru

Marina Corradi mercoledì 28 luglio 2021

Ancora due roghi fumano, ma il terribile incendio che per giorni ha divorato i boschi dell’Oristanese pare infine spento. Salvi, grazie a 7.500 fra Vigili del fuoco e soccorritori, gli abitanti dei paesi del Montiferru, fuggiti dalle case lambite dalle fiamme. Ora sopra a quei boschi la notte è buia, e non più rossa del riverbero sinistro del fuoco. Ora si torna agli ovili e alle stalle abbandonate, e ai pastori si spezza il cuore nel vedere gli animali, che spesso chiamano per nome, carbonizzati a terra, le zampe in aria colte ancora nello spasimo di un’impossibile fuga.

C’è, sul web, la foto di un cane che commuove: è un grosso pastore bianco che giace ferito, il muso ustionato, immobile davanti al suo gregge di pecore. Al gregge che il suo padrone gli ha affidato. Non è scappato davanti al fuoco. (I cani sono fedeli, i cani non abbandonano, pensi mentre lo guardi con pena).

E con pena guardi le altre foto dal Montiferru, terra di olivi centenari ora inceneriti, di boschi ora ischeletriti e neri, come in un inverno che duri per sempre. In quella foresta, ventimila ettari divorati da un incendio che si sospetta doloso, vivevano anche centinaia di cervi, e volpi, lepri, cinghiali, e uccelli di cui forse solo i vecchi contadini del posto ormai riconoscono il canto. Era un silenzioso, nascosto angolo di Creato quel bosco, dove all’alba il sole penetrava chiaro nelle radure, e le bestie selvatiche andavano a bere nei ruscelli. (Ci sono oggi, in molti boschi, delle telecamere nascoste che riprendono la fauna, ed è fantastico vedere sul web il procedere regale dei branchi di cervi, la grazia delle lepri e il passo furtivo delle volpi).

C’è un mondo straordinario dentro a un bosco, e in queste notti, nell’Oristanese, quel piccolo mondo è stato annientato. Le madri hanno cercato invano la salvezza per i cuccioli, mentre già attorno crepitava il fuoco; e la fuga disperata e inutile di tante creature terrorizzate, e i loro rantoli di dolore. Qualcuno, lo so, alzerà le spalle: 'Muoiono nel Mediterraneo a centinaia, e appena c’è stata una strage, col Covid, che importa dei boschi? Quelli sono solo animali'.

Questo giornale scrive ogni giorno, con puntualità e strazio, di queste stragi, e più di molti altri. Ma lasciate nel cuore anche un angolo di pietà per i cani arsi vivi, legati alla catena nei cortili, per le greggi disperse, per i cavalli che hanno cercato di fuggire, al galoppo, nel buio, ma il fuoco ferocemente li ha afferrati. Pietà, un poco, anche per questo Creato, e per i campi, all’alba, neri e muti, per i nidi inceneriti. Animalismo, moda green, provare pena per volpi e lepri soffocate? No, invece la memoria di un cristianesimo antico. «Chiamava col nome di fratello ogni animale» (Celano, Vita Seconda). San Francesco, che parlava coi lupi e gli uccelli, e liberava gli agnelli condotti legati e belanti al mercato, testimonia un cristianesimo che ama gli uomini, ma ha tenerezza anche per le creature più piccole - come ci fossero state affidate.

Come se nella loro perfezione e bellezza e ansia di vita fosse riconoscibile, chiara, l’impronta del Creatore. Come se guardando meglio ora, nel Terzo millennio, quando un Papa che ha voluto chiamarsi Francesco ha scritto la Laudato si’, la riconoscessimo quell’impronta, e scoprissimo in noi rispetto e tenerezza anche per quelle bestiole, che per alcuni sono cose da niente. Cose da niente. Ma, il cane da pastore immobile, sanguinante a difendere il suo gregge? E le volpi e le gatte selvatiche nella selva, fiere custodi delle cucciolate: come ciecamente, audacemente avranno tentato di salvare almeno i piccoli.

Che è poi quello che farebbe ogni madre di ogni vivente. Forse per questo, per viscerale immedesimazione, a me, donna, la morte nei boschi sardi rattrista. Mentre non se ne parla, come se quel frammento di Creato annichilito fosse cosa assolutamente da nulla.