Opinioni

La caotica rincorsa dem a «The Donald». Ciò che passa e quel che resta

Giorgio Ferrari giovedì 6 febbraio 2020

«The best is yet to come», il meglio deve ancora venire, proclama Donald Trump al culmine del discorso sullo Stato dell’Unione dove più che l’America ha celebrato e esaltato se stesso, forte di dati economici e occupazionali positivi e di un risultato politico scontato, ma comunque rimarchevole, che affossa al Senato l’impeachment voluto dai democratici e lo proietta a tutto tondo nella corsa alla rielezione del 3 novembre prossimo.

In compenso, il peggio per i democratici è già avvenuto fin dalle prime ore di ieri. E non si sta parlando solo della débâcle tecnologica nell’Iowa, dove un malfunzionamento del meccanismo di voto digitale ha ritardato il responso dei caucus riportandolo indietro di almeno un secolo. Qui si parla della palese frammentazione nella squadra dei pretendenti alla nomination, che fino a questo momento appare come un organismo smembrato, la cui somma delle parti darebbe forse il profilo perfetto del candidato in grado di battere Donald Trump, ma che nei singoli aspiranti rileva soltanto una somma di debolezze. A cominciare da quella di Joe Biden, settantasettenne, ex vicepresidente con Obama, sei volte vincitore di uno scranno di senatore nel Delaware, possibile campione della middle class moderata, clamorosamente dissanguato nei consensi della base da un trio di liberal (Trump li definirebbe "socialisti", come ha fatto con Bernie Sanders) come Elizabeth Warren, l’esordiente trentottenne dell’Indiana Pete Buttigieg e, appunto, il leftist Sanders, che calamita il voto di protesta di chiunque non sopporta più il vetusto establishment democratico (quello, per intenderci, che all’ultima tornata aveva imposto Hillary Clinton contro il "barbaro" Trump).

Fiaccato dal malizioso "Kievgate" (un’arma a doppio taglio: Biden avrebbe fatto pressioni per silurare un procuratore ucraino che indagava sull’azienda in cui lavorava suo figlio, Trump ha fatto pressioni sul presidente Zelensky perché indagasse su Joe Biden e suo figlio. Risultato: Trump se la cava scansando l’impeachment, mentre su Biden il sospetto rimane), l’anziano Sleepy Joe – Gianni il dormiglione – sta visibilmente perdendo terreno. Del giovane Buttigieg, cognome maltese, gay dichiarato, esperienza politica solo come sindaco di una cittadina dell’Indiana ma un appeal che ricorda da vicino Barack Obama al quale platealmente si ispira, dicono bene in molti. È un moderato come Biden e un promettente ecologista senza essere un giacobino come la giovanissima Alexandria Ocasio-Cortez – la versione giovanil-femminista di Sanders – o la più anziana Elizabeth Warren, settant’anni, senatrice del Massachusetts, partigiana della sanità pubblica all’europea, cioè gratuita e garantita per tutti. Il che le è valso lo scontato interdetto di Trump, ma anche l’anatema del suo mentore Bernie Sanders: «Una donna non vincerà mai le elezioni presidenziali americane». Rimane Mike Bloomberg, il multimiliardario già sindaco di New York, che al caucus pasticcione dell’Iowa non ha voluto partecipare rimanendo in attesa di irrompere più avanti nella corsa alla nomination, che tuttavia ha speso dieci milioni di dollari per uno spot elettorale di sessanta secondi durante una pausa pubblicitaria del Super Bowl, la finalissima di football che ogni anno inchioda davanti al video mezza America.

Conclusione provvisoria: nel campo dei Dem regna il caos e per il momento non c’è un candidato davvero convincente. E se pensiamo che il più gettonato finora potrebbe essere ancora il vecchio Sanders, sono in molti a mettersi le mani nei capelli.

Perché dietro il settantottenne senatore del Vermont si staglia come un fantasma la figura del suo alter ego britannico, quel Jeremy Corbyn che ha trascinato con la sua ambiguità i laburisti inglesi nella palude della sconfitta e dell’irrilevanza. Allo stato delle cose, battere Donald Trump rimane impresa temeraria. Ma non è certo con il gesto della speaker della Camera Nancy Pelosi - che ha stracciato platealmente il testo del discorso del presidente, il quale a dire il vero si era astenuto dal porgerle la mano - che si sconfigge anche il meno educato degli avversari. Perché i presidenti passano, ma i dispositivi costituzionali (e il discorso sullo stato dell’Unione - articolo II, sezione 3, 1° comma - lo è) restano. Ed è sulla Costituzione che il potere americano presta giuramento. Ma i Dem vanno capiti: in queste ore febbrili erano tutti terribilmente nervosi.