Opinioni

La guerra di Erdogan in Siria e Iraq. Ciò che la Nato non vuol vedere

Giorgio Ferrari venerdì 25 novembre 2022

«Se Dio vuole, presto li eradicheremo con i nostri carri armati, la nostra artiglieria e i nostri soldati». Non sono parole – che peraltro calzerebbero a pennello – pronunciate da Vladimir Putin alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina, bensì di Recep Tayyp Erdogan nell’annunciare come “risposta” alla strage di Istanbul (subito attribuita allo Yekîneyên Parastina Gel, l’Unità curda di protezione popolare, Ypg) l’imminente offensiva di terra in Siria e in Iraq per stroncare la resistenza curda e creare una zona-cuscinetto a maggioranza sunnita nella quale rinchiudere i milioni di profughi siriani attualmente ospiti in territorio turco. Erdogan, lo stesso uomo autoproclamatosi mediatore di pace nel conflitto fra Mosca e Kiev, ha ripreso con vigore una guerra che di fatto non ha mai conosciuto soste, ma semplici interruzioni tattiche. I raid aerei degli scorsi giorni, preludio all’intervento di terra, fanno capo a un’operazione denominata “Spada ad artiglio”. L’obiettivo più che manifesto del rais è quell’area nordorientale della Siria chiamata Rojava e la più illustre delle sue città, quella Kobane che da sola resistette nel 2014 al Daesh fino a divenire la cittàsimbolo del Kurdistan siriano.

Fin qui la cronaca, tragica e dolorosa come lo sono tutte le guerre, non importa sotto quali bandiere combattute. Ma dietro la cronaca, dietro le mosse del presidente turco si staglia come d’abitudine una muraglia di contraddizioni e di cinismo. A cominciare dal calcolo eminentemente elettorale di Erdogan, che in vista delle elezioni presidenziali del giugno prossimo progetta di riversare nel Kurdistan siriano e iracheno la gran parte dei tre milioni e mezzo di profughi da anni ospitati in territorio turco. Una massa enorme di esseri umani, fino a ieri cinicamente utilizzati come moneta di scambio con l’Unione Europea (un’accoglienza, quella di Erdogan, molto poco umanitaria quanto profumatamente remunerata da Bruxelles), che oggi si è trasformata in un pesante fardello sociale in un Paese flagellato da un’inflazione che supera l’80%, con un ceto medio impaurito e rancoroso e una burocrazia – militari, impiegati, servizi pubblici – dal benessere eroso dalla bancarotta dello Stato.

Ma ogni mezzo è buono per riguadagnare consensi. La base elettorale di Erdogan, l’Akp (formazione un tempo moderata, ora sempre meno laica e sempre più vicina ai Fratelli Musulmani), necessita di conferme. Così come ne hanno bisogno gli ultranazionalisti del Mhp, senza il voto dei quali Erdogan non è in grado di vincere le elezioni presidenziali. Ai primi garantisce il “ricollocamento” dei profughi; ai secondi la guerra senza quartiere ai curdi del Pkk e dello Ypg.

Ne sortisce il paradosso in base al quale un Paese membro della Nato quale è la Turchia sta aggredendo con i suoi bombardieri e i suoi tank un popolo prevalentemente inerme fatto di yazidi, curdi, arabi, circassi all’insegna di una mai dichiarata pulizia etnica. Un Paese della Nato il cui leader non ha mai fatto mistero di flirtare con Mosca, di acquistare al prezzo di 2,5 miliardi di dollari il sistema di difesa missilistico S-400 prodotto dal colosso russo della Difesa Almaz-Antey e al tempo stesso di rivaleggiare con Putin nella spartizione della Libia mentre in Siria otteneva (e ottiene tuttora) un sostanziale via libera per sconfinare nella zona controllata dai curdi, purché non esageri troppo. Con la raggelante prospettiva di veder trasformate Kobane e dintorni in un’altra Mariupol, o nella tragica copia dell’eccidio dei musulmani di Srebrenica del 1995 in Bosnia-Erzegovina, o quello dei palestinesi di Sabra e Chatila del 1982 in Libano.

All’epoca, in entrambi i casi il mondo voltò la testa dall’altra parte. Anche oggi, se pure per ragioni radicalmente differenti, tutti gli sguardi sono puntati altrove: sull’Ucraina, su Mosca, sui morti civili in quella guerra, sull’arrivo del generale inverno, sulla difficoltosa rotta per il trasporto del grano, sul ruolo da uomo di pace che Erdogan è riuscito abilmente a ritagliarsi.

Ma nessuna guerra può oscurarne un’altra. Perché non esiste una guerra migliore e una peggiore. Il Kurdistan e l’Ucraina sono parti della medesima insensata tragedia, come lo sono lo Yemen, l’Iran e troppe altre guerre dimenticate e no. Nessuna Realpolitik, nessun bavaglio alla stampa, nessuna giustificazione strategica, nessuna astuzia diplomatica può occultare le responsabilità del rais. Nemmeno se si rifugia nelle oltre mille stanze della reggia che nel suo sogno neo-ottomano si è fatto costruire e intitolare a Ankara.