Opinioni

Questionario dà voce alla «generazione invisibile» dell’Ue. Ciò che i nostri figli (si) domandano

di Adriano Fabris venerdì 17 giugno 2016
Questionario dà voce alla «generazione invisibile» dell’Ue Forse mai come oggi ciò che pensano le giovani generazioni, in Italia e in Europa, risulta poco chiaro. Avendo difficoltà a inserirsi nei meccanismi sociali, i ragazzi hanno scarsa rappresentanza pubblica e meno occasioni di far sentire la propria voce. Rischiano di essere una generazione invisibile. Ed è un paradosso: perché quest’invisibilità riguarda persone che molto spesso sono costrette a vivere in casa con noi, e che dunque dovremmo conoscere bene. Per capirli meglio possiamo leggere le risposte al questionario Generation What, promosso da France Télévisions in collaborazione con 14 emittenti europee e prodotto da Upian e Yami2. In Italia lo troviamo sul sito generation-what.rai.it, da dove possiamo anche scaricare i risultati provvisori. Il campione che ha risposto finora alle 149 domande è significativo: in media circa 40.000 contatti, suddivisi in 4 fasce di età che vanno dai 16 ai 34 anni e oltre. Certo: i dati non sono statisticamente ponderati e a volte le domande indirizzano già verso una determinata risposta. Ma il quadro che ne risulta è comunque interessantissimo e, a volte, sorprendente. Gli argomenti vanno dagli aspetti privati (il modo in cui i giovani concepiscono se stessi e le relazioni interumane), a quelli d’interesse pubblico (la possibilità di un impegno sociale, i rapporti con le istituzioni, l’uso dell’informazione, la percezione dell’Europa); spaziano da temi generali (la crisi, il lavoro, le aspettative per il futuro) alle scelte di carattere esistenziale (la ribellione nei confronti del presente, le decisioni da prendere nel lungo periodo). Dalle risposte risulta, in sintesi, che i nostri ragazzi sono per lo più delle brave persone. Hanno sogni, conservano una certa ingenuità, sono fedeli ad alcuni principî. Non c’è cinismo in ciò che dicono: anche se a volte le loro risposte risultano un po’ scontate, e magari hanno un sapore populistico. I giovani vogliono soprattutto essere felici. Ma la felicità, per loro, non coincide né con la ricchezza, né con il potere. Vogliono invece realizzarsi nel lavoro e nelle relazioni sociali. Cercano l’indipendenza economica e, soprattutto, l’amore: destinato a sfociare in un legame stabile, qualunque sia la forma istituzionale prescelta per sancirlo. Nelle relazioni interpersonali sono poi tendenzialmente accoglienti, fiduciosi e tolleranti. Per la maggior parte di loro, comunque, il motto è 'vivi e lascia vivere'. Adottano però un sano realismo nei confronti del mondo: venato, certo, da un po’ di delusione, ma sostanzialmente privo di risentimento nei confronti degli adulti. Degli adulti, infatti, essi conoscono soprattutto la faccia benevola dei genitori, con i quali i rapporti sono abbastanza buoni. Il rigetto è invece quasi totale nei confronti di un mondo competitivo e dedito alla ricerca dell’utile. Ancora più forte, poi, è la sfiducia nei confronti delle istituzioni: da quelle politiche a quelle culturali, dalle realtà scolastiche alla burocrazia europea. Il giudizio prevalente è che, tanto, 'sono tutti corrotti'. Riguardo alle questioni di prospettiva, che concernono anche la dimensione religiosa, ben l’85% dei ragazzi di oggi ritiene che si può essere felici senza professare una fede. E il 72% dice che la felicità si raggiunge anche senza figli. Per andare verso il futuro, insomma, bisogna procedere in piccoli gruppi e avere un bagaglio leggero. Che cosa ricaviamo da queste risposte? Non possiamo, come adulti, non sentirci coinvolti. Per le cose che ci sorprendono o che ci preoccupano dobbiamo anzi domandarci qual è la nostra parte di responsabilità. Ma dobbiamo in special modo fare di tutto per non essere complici anche del sacrificio di questa generazione. Non dobbiamo favorire un esistente che si fa sempre più vecchio. E questi ragazzi meritano un tale impegno. Non si tratta di una generazione ormai senza speranza, solamente ripiegata su di sé. Sono invece persone che possono dare un futuro al nostro Paese. Sono ragazzi da cui, per molti aspetti, dobbiamo imparare. E soprattutto sono i nostri figli.