Opinioni

La canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II. Nei suoi padri santi la Chiesa è «voce della coscienza del mondo»

Elio Guerriero sabato 6 luglio 2013
Nella scia del cinquantesimo anniversario dell’inizio del Vaticano II e della morte di Angelo Giuseppe Roncalli, papa Francesco dà il via libera alla canonizzazione di due papi, lo stesso Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. In realtà l’attuale pontefice non fa che sancire quella santità che la devozione dei fedeli ha già intuito da tempo con la venerazione, con pellegrinaggi, con le richieste di grazia. E il miracolo riconosciuto da papa Bergoglio per Giovanni Paolo II come l’ approvazione data al parere favorevole alla canonizzazione di Giovanni XXIII espresso dai cardinali e dai vescovi non fa che attestare che i due futuri santi hanno trovato grazia presso Dio, sono entrati a far parte della Gerusalemme celeste e continuano in cielo l’opera della loro carità. È la comunione dei santi che unisce, davanti a Dio, l’intera comunità credente: quella della terra e quella del cielo. In questo senso vi è un ulteriore legame teologico con il Vaticano II il quale sottolineò in modo nuovo e vigoroso l’universale vocazione di tutti i fedeli alla santità. Prima che pontefici, del resto, Roncalli e Wojtyla furono dei credenti, dei sacerdoti e dei vescovi e la loro santità emerse con continuità nelle diverse stagioni della loro vita. Il bergamasco Roncalli ricevette dalla famiglia una pietà solida che gli permise di attraversare i primi decenni del secolo XX con una sincera spiritualità personale, nell’amore alla diocesi d’origine, nell’obbedienza accolta con intelligenza e generosità. Le vicende della vita lo portarono al servizio diplomatico in Bulgaria, Turchia, Francia, ma la sua carità pastorale esplose negli anni dell’episcopato a Venezia e nel breve pontificato che divenne una testimonianza preziosa e indimenticata non solo per i cattolici, non solo per i fratelli separati, come si diceva allora, ma per tutto il mondo cui lasciò come testamento l’enciclica sulla pace, la Pacem in terris. Scriveva all’epoca The Washington Post: «Non è solo la voce di un vecchio prete né solo quella di un’antica Chiesa. È la voce della coscienza del mondo». Interprete del sentire del mondo fu anche il polacco Karol Wojtyla. La tragedia della seconda guerra mondiale lo portò prima alla poesia e alla drammaturgia, poi alla filosofia e alla teologia e infine alla verità nella carità. Proprio così, egli «faceva grandissima impressione» già al Vaticano II (padre Congar) e la sua elezione al pontificato nel 1978 rappresentò per la Chiesa una svolta carismatica. L’attentato del 1981 avviava simbolicamente per i cristiani una nuova stagione dei martiri, ma il papa, secondo la sua convinzione, fu salvato dalla Madre di Dio. Egli doveva condurre la Chiesa nel 2000 e per questo avvenimento volle impegnare l’intera comunità cristiana. Lo seguirono soprattutto i giovani che l’apprezzavano per il suo parlare franco davanti a platee ritenute amiche od ostili. Sempre egli ebbe il coraggio della testimonianza fin nella malattia e nella morte. Come nel caso degli altri santi, la canonizzazione di un papa mette in risalto anzitutto la sua santità personale. È evidente, tuttavia, che il solenne riconoscimento ecclesiale della santità di due pontefici ha anche una valenza pubblica, un riconoscimento reciproco tra i due papi ormai della storia e la comunità credente e il suo pastore di oggi. Come i papi Roncalli e Wojtyla, Francesco vuole dilatare il sentire della Chiesa, invitarla a respirare in solidarietà con gli uomini del nostro tempo. In questo modo la Chiesa, la comunità di coloro che credono in Cristo morto e risorto per tutti gli uomini, può diventare ancora la «voce della coscienza del mondo».​