Opinioni

Verso l’intesa sui vescovi. Chiesa e Cina: parole e fatti nuovi

Agostino Giovagnoli venerdì 10 febbraio 2017

L’accordo tra Santa Sede e Cina non è un’eventualità da discutere: è un dovere da compiere. Questa conclusione perentoria chiude un recente saggio di un uomo mite, umile e prudente come il cardinal John Tong Hon, vescovo di Hong Kong. Ma la grande misura con cui, a differenza di altri, Tong ha sempre parlato delle relazioni sino-vaticane, non è l’unico motivo per leggere con interesse il suo scritto. Il testo presenta un quadro molto chiaro del punto cui si è arrivati e prefigura con precisione le prossime tappe, respingendo con argomentazioni stringenti tutte le obiezioni a un’intesa.

La conclusione che è tempo di firmare l’accordo, insomma, non riflette solo opinioni personali. Dopo numerosi contatti tra le due parti, riepiloga il cardinal Tong, è stato raggiunto un risultato che fa ben sperare per un «accordo sulla nomina dei vescovi» in Cina, che rispetterà il principio: «Il Papa deve rimanere l’ultima e la più alta autorità nel nominare i Vescovi». Un’eventuale 'elezione' locale rappresenterebbe solo «un modo di esprimere raccomandazioni della Conferenza episcopale locale».

Non conta, insomma, se da parte cinese si continuerà a parlare di 'elezione' dei vescovi, per Roma saranno solo 'raccomandazioni'. Entrambe le parti potranno dire, con fondamento, che i loro princìpi sono stati rispettati. È questa la chiave per risolvere anche tutti gli altri problemi. Tong è sicuro che tale accordo costituirà la «pietra miliare del cammino verso la normalizzazione dei rapporti tra la Cina e il Vaticano».

Ma non è per nulla «la meta finale» aggiunge, rassicurando chi lo considera troppo poco, e richiama esplicitamente i tre grandi problemi che restano aperti: l’Associazione patriottica, i vescovi illegittimi e quelli clandestini. Tong non gira attorno al 'problema Ap', per qualcuno una «grande montagna impossibile da rimuovere», ricordando che Benedetto XVI ha esplicitamente affermato l’inconciliabilità con la dottrina cattolica dei «princìpi dell’autonomia, indipendenza e auto-amministrazione della Chiesa», «oltre all’elezione e ordinazione democratica dei vescovi». In realtà, osserva il cardinale, «l’elezione democratica» è l’applicazione pratica del principio di indipendenza, entrambi prodotto di particolari condizioni politiche. E un’Ap «senza l’elezione e l’ordinazione democratica» non sarebbe più «l’Associazione della Chiesa autonoma e indipendente»: il principio di indipendenza si svuoterà nei fatti. Quanto ai vescovi illegittimi, se essi chiederanno perdono e si sottoporranno alla volontà del Papa, di fatto verrà meno il vulnus da loro inferto ai princìpi cattolici accettando l’ordinazione senza il mandato apostolico. In questo caso, «la possibilità che il Santo Padre conceda loro il perdono è molto probabile», anche se tale perdono è questione diversa del riconoscimento della loro autorità ad amministrare una diocesi.

Anche riguardo al «problema più difficile», quello dei vescovi clandestini, la posizione di Roma è ferma: chiedere che «Pechino riconosca ufficialmente la loro identità episcopale e la loro autorità di amministrare la diocesi». Non è ancora chiaro se Pechino lo vuole fare, ma anche «l’esistenza della comunità non ufficiale è un prodotto di condizioni politiche e storiche speciali». Una volta risolto il problema principale della nomina dei vescovi, insomma, verrà meno anche il motivo storico della 'clandestinità': il rifiuto dell’indipendenza della Chiesa cinese da Roma.

Le autorità cinesi chiederanno ai vescovi clandestini di osservare la Costituzione, le leggi e la politica religiosa, ma sono richieste che questi possono accogliere, perché la Chiesa non ha finalità politiche. Il vescovo di Hong Kong affronta, infine, le obiezioni di quanti non vorrebbero alcun accordo senza una piena libertà religiosa. La mancanza di «libertà completa», obietta, è un motivo valido per rinunciare a una «libertà essenziale», qual è – per la Chiesa cattolica – quella riguardante la nomina dei vescovi? Quanto a chi spinge perché la Chiesa cattolica leghi la sua causa a quella del Tibet o dello Xinjiang, risponde che in entrambi i casi sono in gioco rivendicazioni di indipendenza territoriale che i cattolici non hanno.

E conclude, «sotto le direttive del principio di un sano realismo, che papa Francesco ci insegna, è chiaro quale sia la via che la Chiesa cattolica in Cina deve intraprendere». Non era mai accaduto finora che una figura così autorevole come quella del vescovo di Hong Kong si pronunciasse con tanta chiarezza e gravità per un accordo tra Cina e Santa Sede, oggi possibile non dopo una discussione di giorni o di mesi ma dopo un approfondimento di anni.