Opinioni

Il caso di Bergamo. Una chiesetta e tre paradossi

Davide Parozzi sabato 27 ottobre 2018

La vicenda della chiesetta degli ex Ospedali Riuniti di Bergamo, finita, con un’asta, a una associazione islamica che ne vuole fare una moschea, presenta vari aspetti paradossali.

Il primo paradosso è legato al ruolo della Lombardia. La Regione più moderna e più europea d’Italia si è dotata di una legge per rendere molto difficile (se non impossibile) l’esercizio di una diritto fondamentale come quello di disporre di luoghi di culto adeguati per i gruppi religiosi presenti sul proprio territorio. La legge regionale – è necessario ricordarlo – ha passato il vaglio della Corte costituzionale. Ma ciò non toglie che le prescrizioni imposte vadano in un solo senso, ovvero quello di rendere complicato per i musulmani (e non solo per loro) avere edifici di culto a norma.

C’è poi il secondo paradosso. Questa stessa Regione, guidata da una coalizione di centrodestra desiderosa a suo dire di preservare «le tradizioni cristiane», costruisce un bando di alienazione della chiesetta tale che chiunque possa parteciparvi per qualunque fine. Un pressapochismo rimarcato dal vescovo di Bergamo Francesco Beschi che con “Avvenire” ha dato voce a una comunità «sconcertata» dall'esito di una gara senza alcun filtro che indirizzasse la vendita in modo da preservare storia e destinazione dell’edificio. Che sono religiose e cristiane, come testimoniato dal fatto che da anni la chiesetta è usata dalla comunità ortodossa romena, ora trovatasi senza un luogo dove pregare. Tra i partecipanti alla gara – in maniera del tutto legittima – vi era anche un gruppo alberghiero che voleva entrare in possesso dell’immobile di pregio risalente al ’700.

Infine, il terzo paradosso. La Regione ha ora indossato il mantello del cavaliere bianco per annunciare – tramite il suo stesso presidente, Attilio Fontana – che farà valere il diritto di prelazione per bloccare la vendita ai musulmani. I quali minacciano il ricorso ai tribunali. Un caos e una tensione che andavano evitati dall'inizio.
Come ha detto il vescovo Beschi, «le comunità religiose, a partire da quelle cristiane, hanno una rilevanza pubblica e sociale che merita di essere riconosciuta». L’alternativa, come si vede a occhio nudo, è una violazione di diritti fondamentali che si mescola a indifferenza per la storia e a improvvisazione. Con contorno di speculazioni politiche.