Opinioni

Quinto Convegno ecclesiale, l’"Invito". I cattolici a Firenze con la forza dell’umiltà

Umberto Folena mercoledì 23 ottobre 2013
A mani e piedi nudi, tra due anni a Firenze, da ogni angolo d’Italia. Sorridenti, amichevoli, disponibili innanzitutto a guardare, ascoltare e pensare; e poi, solo poi, a parlare, per un confronto senza pregiudizi. Forti della formidabile "debolezza" delle parole della Lumen fidei: «La verità ci fa non arroganti, ma umili». Sarebbe davvero bellissimo se il 9 novembre 2015 ci presentassimo a Firenze così, per partecipare al quinto Convegno ecclesiale. Ieri il Comitato preparatorio ha diffuso il suo "Invito". Più di un asciutto biglietto, meno di un ponderoso documento di lavoro. Umile, anche se preciso nei termini, anch’esso. Umile, e proprio per questo capace di volare alto.La forza dell’umiltà è uno dei segreti (il più grande?) di papa Francesco; la speranza è che lo sia anche del Convegno ecclesiale. Soltanto chi è umile si avvicina agli altri con il desiderio e la curiosità di ascoltarlo e conoscerlo, non soltanto di essere ascoltato, ammirato, applaudito. Solo tra persone umili, che sanno innanzitutto di aver tanto da imparare, si realizza il prodigio del dialogo e non si naufraga della solita solfa dei monologhi. Solo gli umili – come invita l’arcivescovo Cesare Nosiglia, presidente del Comitato preparatorio – possono sperare di riuscire, insieme, a «leggere i segni dei tempi e parlare il linguaggio dell’amore che Gesù ci ha insegnato».Firenze, dunque. Forse con meno "umiltà" e con una misurata consapevolezza che sarà la città perfetta dove celebrare un evento dal titolo In Gesù Cristo il nuovo umanesimo. Umanesimo, ossia «capacità creativa, riflesso della somiglianza con Dio». Umanesimo nuovo in grado di trasformare i cuori delle persone, e la società, lasciando un’impronta profonda come seppe fare il primo umanesimo, quello che parla e si respira e si ascolta nelle strade e nelle piazze, nei palazzi e nelle chiese di Firenze. Un nuovo umanesimo che può avere un unico «fulcro, Gesù Cristo». Un umanesimo che si esprima con tanti linguaggi: «Tecnica, comunicazione sociale, arte, bellezza, liturgia». Nella consapevolezza, non nuova, che quella attuale è «una crisi antropologica» e la risposta più alta e profonda, in grado di produrre un cambiamento alle radici, è un «umanesimo cristiano», ossia fondato su Gesù.Ieri il Comitato ha dunque invitato i cattolici italiani: diocesi, istituzioni, aggregazioni... presbiteri, religiosi e religiose, laici. Avvertendo in modo esplicito che «il Convegno non potrà essere un simposio di teologia», ma «un evento di preghiera, di ascolto, di confronto e di discernimento». Discernere, ossia pensare insieme, comprendere, proporre, ripartire. Un morbido invito, non una "chiamata alle armi". Ci piace immaginare che sia un invito, prima di tutto, a sentirsi chiamati come Chiesa italiana. Una delle straordinarie risorse, ma anche – talvolta – un limite frustrante della cattolicità italiana è la ricchezza multiforme delle sue declinazioni. Tanti popoli: delle parrocchie, delle associazioni e dei movimenti, dei santuari, della carità, dell’educazione, della cultura... Tanti popoli, innumerevoli ricchezze, multiformi sfumature talvolta affette dal virus del campanilismo (versione clericale del provincialismo) che induce alla chiusura autarchica e gelosa. Le tante sensibilità ed espressioni del grande popolo cattolico italiano sono invece chiamate a farsi un solo popolo, a pensarsi "Chiesa italiana" con un unico fine. Umiltà significa amare la propria quotidiana esperienza ecclesiale senza farsene imprigionare, ma sapendo aprire il cuore e lo sguardo oltre, senza gelosie.Al Convegno di Firenze non ci saranno primi della classe. Soltanto ultimi. E già questo sarebbe un grande risultato, un decisivo passo in avanti per una comunità ecclesiale che, se vuole ascoltare «le cose che accadono, il sentire della gente» (Nosiglia), deve prima di tutto saper ascoltare se stessa.