Opinioni

«Cattolicesimo sociale dove sei finito?» Domanda grave e seria, ma non l'unica

Marco Tarquinio venerdì 28 luglio 2017

Caro direttore,

ci ha lasciato, dunque, Giovanni Bianchi. Un fraterno amico. Un uomo buono, un cristiano vero. Ma anche un attore-protagonista del cattolicesimo sociale. Nelle ore seguite alla sua morte, si sono ricordati i suoi molteplici servizi alla polis: come presidente nazionale delle Acli, come presidente del Partito popolare, come parlamentare della Repubblica singolarmente impegnato sul fronte della cooperazione internazionale specie verso l’Africa, come presidente dell’Associazione dei partigiani cristiani. Ma il suo vero carisma e l’attività a lui più congeniale alla quale ha dedicato tutta intera la vita fu l’animazione sociale (era il nome stesso della testata, diretta da monsignor Ellena, che ospitò gli scritti giovanili di Giovanni). Animazione sociale corroborata da una intensa elaborazione e diffusione culturale. Chi volesse prendere sul serio la testimonianza e la lezione di Bianchi e non contentarsi di celebrarne le virtù non potrebbe omettere di tematizzare un problema genuinamente politico. Il seguente: la scomparsa della rappresentanza politica del cattolicesimo sociale. Del 'sociale bianco', come egli usava dire. Un signor problema. Chi abbia un po’ di memoria storica conosce il rilievo politico di quell’universo di valori e di esperienze associative. Basti menzionare qualche sigla: Cisl, Acli, cooperazione sociale, associazioni professionali di ispirazione cristiana. Un tempo esse avevano rappresentanza nei partiti e nelle istituzioni, esprimevano personalità politiche e di governo di primissimo piano. Difficile negare che oggi non sia più così. Molte le ragioni. Penso alla temperie culturale dominata dall’individualismo che mina alle radici un po’ tutte le forme aggregative; penso alla crisi del modello di relazione tra associazioni di interesse e partiti che va sotto il nome di collateralismo; penso a venticinque anni di vita della Chiesa italiana nei quali un rapporto tra i vertici istituzionali ha sacrificato l’autonomia e il protagonismo del laicato cattolico liberamente associato, che ha concorso a produrre un laicato associato dal profilo gregario; penso a processi culturali e politici, anche a sinistra, subalterni al paradigma liberale di sicuro non conformi alla sensibilità del 'sociale bianco'; penso all’acritica adesione, da parte dello stesso associazionismo, a una interpretazione distorta del principio di sussidiarietà, frainteso come mera rivendicazione di sussidi da parte del 'pubblico' pagata al prezzo della compressione della propria autonomia e persino del proprio infeudamento a esso.

Chiamiamo le cose con il loro nome: la destra è decisamente inospitale, con il suo doppio registro liberista o sovranista; il centro boccheggia e comunque è dominato da un tatticismo politico ispirato a logiche di sopravvivenza piuttosto che a una riconoscibile cifra politico-culturale; il Pd, nella sua versione recente affatto diversa da quella originaria nel solco dell’Ulivo, oscilla tra la suggestione del 'partito della nazione' politicamente indecifrabile e il cedimento a logiche liberali o a un moderatismo che poco ha a che spartire con le istanze ugualitarie e solidaristiche proprie del cattolicesimo sociale.

Taluno si chiede: dove stanno i cattolici in Parlamento? Giustamente e provvidenzialmente essi si sono affrancati dal paradigma di una unità politica coatta. Ma, domando, è bene ed è giusto che ci si rassegni all’esaurimento di una sensibilità politico-culturale che vanta una storia feconda e che custodisce valori civili e comunitari che difficilmente possono vivere politicamente senza che qualcuno se ne faccia carico? Più chiaramente: è francamente sorprendente che non si scorga traccia di un qualche protagonismo critico e propositivo da parte del cattolicesimo sociale in rapporto al corso politico renziano decisamente lontano a quella cultura, per merito e soprattutto per il metodo. Dalla 'coscienza costituzionale' (Dossetti) alla pratica del dialogo con le forze sociali (si veda la cultura autonomistica della Cisl e l’Ulivo di Prodi). Meriterebbe discuterne. Anche in omaggio a Giovanni Bianchi. L’opposto della 'disintermediazione' praticata da leadership solitarie che presto si consumano.

Franco Monaco Deputato del Pd

Chi volesse discutere con civiltà di tono e misura (anche nelle battute tipografiche proposte) della sorte e del ruolo che può ancora esercitare il 'cattolicesimo sociale', certamente troverebbe qui spazio, caro onorevole Monaco. Del resto qui, come si è potuto e si può leggere anche oggi (oltre che in questa pagina, nell’articolo di fondo del professor Dalla Torre), si dibatte già sul contributo che può ancora venire dal 'popolarismo' e dal 'solidarismo' nella vicenda politica italiana ed europea. Per parte mia, credo utile aggiungere solo due note e mezzo e una domanda finale (che tanti lettori conoscono già…) a margine di questa vibrante e impegnativa commemorazione-appello legata alla morte di Giovanni Bianchi, uomo di fede e di azione che anch’io ho conosciuto e stimato, e col quale in anni cruciali della 'grande transizione' che continuiamo a vivere ho avuto modo di sviluppare un confronto bello e schietto, nel segno di una fraternità mai di maniera. La mezza nota riguarda i giudizi, frutto di libertà e diretta esperienza, che lei formula su ciò che offrono ai cattolici italiani i diversi protagonisti della scena politica nazionale. Tutti assai severi, e persino liquidatori. Non voglio entrare in ciò che lei dice e che so corrispondere perfettamente alle battaglie che ha condotto e che ancora conduce in Parlamento e fuori di esso, ma non riesco a considerare la questione della qualità della nostra democrazia e del contributo dei cattolici alla rappresentanza e al governo del Paese come affare di un partito solo, sia pure importante come il Pd. E le confesso che mi dà da pensare anche l’assenza di un paio di suoi giudizi – o, meglio, la sospensione di giudizio – sulla sinistra a sinistra del Pd, frammentata come forse mai prima, e su un gigante elettorale del calibro del Movimento 5 Stelle… Vengo alle due note tutte intere.

1) Ho accompagnato da cronista più di trent’anni di storia (non solo) patria, e ho visto e vedo che l’efficace protagonismo o la mediocre afonia (e apatia) dei laici cristiani sulla scena pubblica dipendono prima di tutto dalle loro scelte, dalla chiarezza dei riferimenti valoriali, dalla determinazione messa in campo, non dal ruolo pubblico svolto dai vescovi, che sono cittadini come tutti gli altri e per di più hanno inevitabili responsabilità pastorali e doveri di interlocuzione istituzionale, ma non possono per questo essere usati per spiegare e persino giustificare gli aventinismi o il disimpegno o gli errori di alcuni o di tanti. Vale per ieri e vale per oggi, così come valse – e che frutti preziosi di 'bene comune' ne vennero! – nel secondo dopoguerra novecentesco e per buona parte della cosiddetta Prima Repubblica, quella che coincise con il consolidamento della nostra democrazia e con un impressionante sviluppo dell’economia, dell’istruzione pubblica e dello stato sociale.

2) Il rapporto e il confronto con le visioni liberali può essere fecondo e proficuo per tutti, cattolici (sociali) e no. Non può dunque essere escluso con sdegnate o impaurite chiusure, ma è importante che sia coltivato con libertà e consapevolezza, dunque mai con codina remissività. La Dottrina sociale della Chiesa ci aiuta a viverlo così, se la prendiamo sul serio. E la lucida proposta della Caritas in veritate di Benedetto XVI e dell’attuale magistero di papa Francesco (dalla Evangelii gaudium alla Laudato si’) costituiscono la bussola e lo sprone giusto.

I cattolici italiani, caro Monaco, sono oggi impegnati anima e cuore nel 'sociale', dove riconoscono Cristo in chi ha fame e sete, è nudo, ammalato, carcerato, straniero. La domanda che bisogna proprio farsi è perché non amino più dello stesso amore anche l’impegno più precisamente e decisamente 'politico'.