Opinioni

Il direttore risponde. Non c'è solo cattivo giornalismo

sabato 30 ottobre 2010
Caro direttore,forse devo ricredermi sull’efficacia delle lettere ai giornali. Questa volta forse a qualcosa sono servite. Se non altro sono servite a far parlare del problema. Sin dal giorno dopo la puntata di "Chi l’ha visto", durante la quale la vicenda di Avetrana ebbe uno sviluppo inaspettato, cominciarono ad arrivare valanghe di proteste ai giornali da parte dei lettori. E già il 9 ottobre lei direttore, ne pubblicava una serie, intitolando: «Lo strazio di Sara, indignazione e pena», e commentando: «Le vostre lettere, cari amici, sono ovviamente solo alcune di quelle piovute in redazione... Un fiume in piena gonfio di lacrime e di indignazione, di sgomento e di ribellione... Si dia spazio alla buona tv e al buon giornalismo... Ma soprattutto, prima ancora dello stile e dei contenuti, si ritrovi il senso della pietà umana». Se non altro, la valanga di proteste delle persone che hanno il senso della pietà umana, sono servite mettere in imbarazzo qualche giornalista e qualche conduttore televisivo. Il 25 ottobre il sito di Repubblica metteva a disposizione del lettori gli audio degli interrogatori dei presunti assassini di Avetrana, e immediatamente partiva la lettera indignata della sottoscritta, ed immagino di molti altri lettori. La Repubblica si guardava bene dal pubblicare, però il giorno dopo (26 ottobre) ritirava gli audio. Lo stesso giorno Mario Calabresi, direttore della Stampa, riguardo agli audio, scriveva: «Ne abbiamo discusso e abbiamo deciso di buttarli, perché non aggiungevano nulla a quello che avete già letto fino a oggi, perché non servivano a chiarire nulla e perché potevano essere utili solo a solleticare le morbosità, a infilare la testa più in fondo nel pozzo». I lettori hanno anticipato i giornalisti. A qualcosa le loro lettere sono servite. La sera del 26 ottobre, a Linea notte (Rai 3) c’era Lamberto Sposini, il quale, in evidente imbarazzo, ha dichiarato che lui continuerà ad occuparsi del caso perché c’è modo e modo di fare informazione, vale a dire di fare spettacolo con le disgrazie altrui. Sul primo canale, intanto imperversava "Porta a porta". E c’era l’esperto della psiche Crepet, con una faccia tra l’annoiatissimo e il sofferente. Non credo che continueranno a lungo le trasmissioni degli amanti del pozzo e del fango. Peccato sia mancata la voce di qualche cardinale, a ricordare ai giornalisti cattolici il dovere di rispettare i morti.

Miriam Della Croce

Apprezzo molto di ciò che lei scrive, gentile signora, ma non tutto (noterà che ho sfumato alcune notazioni "personali" del suo testo: non le usiamo mai sulle nostre pagine, a nessun proposito e per nessuno). E condivido – lei d’altronde ripropone addirittura la mia – la sua indignazione niente affatto trattenuta. Un appunto però non posso evitare di farglielo: se nessuna voce di uomo di Chiesa s’è dovuta levare per «ricordare ai giornalisti cattolici il dovere di rispettare i morti» è perché quei cronisti che non nascondono la propria fede cristiana e si sforzano di essere coerenti con essa, questo rispetto l’hanno dimostrato. Non mi stanco di dirlo: c’è un altro modo di fare giornalismo. Certo c’è su Avvenire, e – grazie al cielo e alla retta coscienza umana e professionale di tanti – c’è anche altrove. Non basta ancora, non basta mai, ma non va sottovalutato. E va sostenuto e tenuto caro. (mt)