Opinioni

«Stato civile» e le narrazioni tv. Cara Rai, racconta gioia e fatica della normalità

Massimiliano Padula, presidente Aiart martedì 20 dicembre 2016

La locandina del docu-film di Rai3

Caro direttore,

vorrei proporre una riflessione sulla docu-fiction in sei puntate Stato Civile (andata in onda in seconda serata su Rai3) è mi sembra proprio necessario partire dal titolo. È come se, attraverso la legge sulle unioni civili che ha regolamentato (anche e soprattutto) i legami tra persone dello stesso sesso, si fosse posta fine a una presunta condizionata pregressa di inciviltà. Il primo dato a balzare agli occhi contiene, quindi, una venatura polemica e propagandistica, ben colta sin dal principio da 'Avvenire' («Schermaglie» di Andrea Fagioli dell’8 novembre 2016). Ma andiamo oltre.

La struttura narrativa del programma rispecchia il linguaggio della contemporaneità televisiva: la telecamera s’innerva nella vita dei protagonisti raccontandone sfumature ed emozioni. Ed è così che nella prima puntata (del 3 novembre) lo spettatore familiarizza con Orlando e Bruno, anziani compagni, innamorati da più di 50 anni. Come in ogni fiaba che si rispetti, la storia cavalca le sofferenze della loro gioventù quando essere omosessuali significava essere oggetto di scherno e di botte, spiega i loro tormenti per le resistenze delle famiglie di origine e si risolve nel lieto fine della convivenza idilliaca che si completa con la tanto sospirata legittimazione formale.

Più serena la seconda vicenda. Giorgio e Michele sono giovani e non hanno trovato particolari difficoltà a rendere pubblica la loro realtà. Lo dimostra l’intervista toccante alla nonna centenaria di Giorgio che, con tenera rassegnazione, benedice il loro amore nonostante le difficoltà a capirlo. Poi il racconto confluisce nella cerimonia. A 'sposare' Giorgio e Michele è Monica Cirinnà che in un teatro naturale gremito (il museo campano di Pietrarsa), presiede la cerimonia a mo’ di comizio politico, dando il benvenuto alla nascita di «una nuova famiglia» che si aggiungerà alle «tante famiglie che esistono già in Italia». Le altre puntate sono strutturate sulla falsa riga della prima.

Il plot narrativo è pressappoco lo stesso: varia umanità fatta di gioie e dolori, di opposizioni e sostegni fino all’unione grazie alla legge. Il diritto è visto come lo strumento che riconosce l’amore e lo libera dai clichè castranti dell’omofobia. Facile convenire sul fatto che la felicità è una legittima aspirazione di ogni essere umano. Ma non a tutti i costi. Se da un lato il programma ha il merito di fotografare realtà sociali legittime e degne di rispetto, dall’altro scivola più volte in una propaganda discutibile.

L’auspicio è che operazioni televisive come questa non si facciano 'prendere la mano' deviando verso rivendicazioni ingiustificabili come la stepchild adoption omoparentale o la maternità surrogata. In ultimo una proposta. I meccanismi perversi dei media giocano sulla sensazione. Accanto al racconto ormai più che sdoganato dell’omosessualità, quello delle famiglie eterosessuali è sempre sbilanciato sull’eccezione, sui tradimenti, sui fatti pruriginosi, o al massimo su situazioni estreme che abbiano del clamoroso (si pensi ai racconti delle famiglie numerosissime o al programma sulla famiglia affetta da nanismo).

Perché la Rai non prova a superare la logica del sensazionalismo per investire su programmi che sappiano raccontare bene anche la famiglia etero, quella 'noiosa' composta da madri, padri e figli? Certo ci vuole arte, capacità di cogliere i paradossi, genialità per vedere dietro alle apparenze. Ma il racconto diventerebbe vero per molti, magari pure intelligente, perché metterebbe nero su bianco che tra i litigi tra marito e moglie, i rimproveri ai bambini, le bollette e il mutuo da pagare, si cela un patrimonio di umanità inesauribile, sorprendente e, per qualcuno, persino inaspettato.

È questa la sfida che poniamo al servizio pubblico: scrivere e realizzare un format che riesca a raccontare la fatica e la gioia della normalità, a dare spazio alle contraddizioni e alle imperfezioni che oggi una coppia uomo-donna (sposata in Chiesa o civilmente) vive, nonostante le tante iniquità sociali ed economiche che spesso impediscono di generare figli e progettare il futuro. Sarebbe un antidoto alla rassegnazione e un gesto di autentica civiltà.