Opinioni

L'assedio del male e le risposte. Cantando già l'alba che viene

Danilo Paolini sabato 14 marzo 2020

Scherziamo e tremiamo. Viviamo il più grande dramma collettivo dall’ultima guerra, eppure mai come oggi i nostri smartphone sono intasati di "cartoline" digitali e filmati che ironizzano sul virus, sulla quarantena, sulle città deserte, sulle famiglie moderne che improvvisamente si ritrovano riunite a casa per decreto del presidente del Consiglio. C’è quella del cane affittato a tutto il condominio per uscire a turno, c’è l’altra che «sto da tre giorni con i miei familiari: sembrano brave persone», c’ è «a che ora va in onda stasera Conte?». E poi ancora parodie di canzoni, filastrocche e video, amatoriali e professionali, che a citarli tutti servirebbe un giornale intero. Così ridiamo (meglio, ghigniamo) al tempo della pandemia. Ma dentro il cuore trema. Trema per il vecchio genitore che vive solo e lontano, per il nipotino che nascerà tra poco in piena emergenza, per i figli che non abitano con te e non puoi vedere.

Per fortuna c’è il digitale, la tanto criticata tecnologia, che ci fa chiamare, videochiamare, comunicare in gruppi. Non è bello come baciare una mamma o abbracciare un figlio, non è allegro come il pranzo di famiglia con nonni, zii e nipoti. Ma serve. Serve a farci una risata su, a tremare un po’ meno. È l’Italia, bellezza, e non ci puoi fare proprio niente. Siamo il Paese di Gaber e di Jannacci, di Sordi, di Gassman e di Tognazzi, di Totò e di Eduardo. Sappiamo prendere in giro le nostre angosce, ridere in faccia alla paura. È Milano, è Roma, è Napoli, è Palermo. Non fa differenza.

Ha da passa’ a nuttata. Certo, passerà. E magari l’alba ci troverà più uniti, perché forse di fronte a questo nemico inatteso e invisibile ci stiamo riscoprendo comunità e popolo, nel senso più alto e nobile del termine. Rispettiamo le regole date per la salute di tutti, ci mettiamo in fila distanziati fuori dal supermercato e lo facciamo non perché è prevista una sanzione, ma perché sappiamo che è l’unica arma che abbiamo per vincere.

Cittadini, non sudditi. Che orgoglio quelle bandiere tricolori appese qua e là alle finestre, senza Mondiali di calcio. Che commozione gli applausi corali a medici e infermieri, a forze dell’ordine, impegnati senza soste (e non le vogliono, le soste), fino a che sarà finita: sono loro, oggi, i nostri campioni, la nostra Nazionale. Che belli quei tanti italiani che si sono ritrovati a cantare a squarciagola, da balcone a balcone, l’Inno di Mameli (proprio “Il Canto degli Italiani”), “Nel blu dipinto di blu” di Mimmo Modugno, “Azzurro” di Paolo Conte, “Viva l’Italia” di Francesco De Gregori. L’Italia che stavolta ha paura, l’Italia che comunque resiste. L’Italia tutta intera.