Opinioni

Ponte Morandi. Genova un mese dopo: il grido di un uomo e il silenzio di una bimba

Ferdinando Camon sabato 15 settembre 2018

Ancor oggi, a distanza di un mese dal crollo del ponte di Genova, quando la tv manda in onda le immagini, fa sentire il grido ravvicinato di un testimone in diretta: «Oddio!». Il ponte lo si vede da lontano, come tra la nebbiolina, il grido lo si sente vicinissimo, come se ce lo calassero dentro le orecchie. E si ripete più volte: «Oddio!». Qualcosa s’è incriccato nella mente dell’uomo che urla, ed è il lessico: non trova altre parole, ha solo quell’urlo, lancinante. Le tv ci hanno caricato nel cervello il binomio: ponte che crolla, uomo che grida. Non ci liberiamo più di quel grido. Anche quando la tv ci mostra solo il ponte spezzato, un troncone a destra e uno a sinistra, e in mezzo il vuoto, e non ci fa sentire l’urlo, siamo noi che lo pronunciamo, ci viene spontaneo: manca un pezzo di ponte, fra il troncone di destra e il troncone di sinistra si apre il vuoto, in quel vuoto non ci sono più auto, camion, gente, nulla, «Oddio!».

I giornali stranieri che hanno dato fulmineamente notizia del crollo, in America e in Europa, hanno pubblicato in prima pagina a colori quell’immagine surreale, presa da diverse angolazioni, da destra, da sinistra, di fronte, da sotto, e i lettori di tutto il mondo, americani ed europei, che hanno visto quelle foto, avranno sentito uscirgli dalla gola quel grido strozzato: «Oddio!». Il ponte che crolla e il grido "oddio" stanno bene insieme, si richiamano, concordano. Non c’è modo migliore e più completo di comunicare il terrore per il crollo del ponte. Le tv ce l’hanno fatto credere per un mese. E noi ci abbiamo creduto. Adesso scopriamo che non è vero.

C’è stata un’altra reazione alla vista del crollo, per un mese non ce l’aveva detto nessuno, ma adesso lo veniamo a sapere, una reazione spontanea, sincera, ingenua, naïve, naturale: la reazione di una bambina. La quale non ha lanciato un grido, non l’ha ripetuto più volte, ma al contrario è diventata muta. Da quel momento non parla più. Quindi le reazioni al terrore sono state due, l’urlo e il silenzio. Mi chiedo: qual è stata la reazione più spaventata, quella di chi s’è sfogato fino al settimo cielo o quella di chi ha soffocato la propria voce, allora e ancora? La tv fa bene quando rimanda il crollo del ponte e fa sentire l’urlo, televisivamente il binomio giusto è quello. Ma l’ammutolimento indica una disperazione più grande, più assoluta, più totale. Con l’urlo tu chiami in aiuto il mondo, anzi Dio stesso. Con l’ammutolimento ti separi dal mondo, se succede quel che vedi non puoi più restare in questo mondo, ti ritiri per conto tuo.

Era un giorno di fulmini, la bambina stava sulla porta di casa per vedere scoppiare i fulmini, qualcuno disse che quel giorno un fulmine aveva colpito il ponte, e per questo il ponte era crollato. Poi saltò fuori un altro, testimone diretto, a raccontare che un fulmine sul ponte c’era stato, ma dopo che il ponte era caduto. Probabilmente questa bambina ammutolita sa qualcosa, ma non può più dircelo. Non parla più. La aiutano, medici e psichiatri, a esprimersi, a dire quel che ricorda sul ponte e sul crollo, e come? Con quali mezzi? Col disegno. Non può dire con le parole, ma può raccontare con i disegni.

So di rischiare molto con quel che dirò, ma da non-psichiatra, da uomo che usa soltanto le parole, mi pare che le parole svelerebbero una realtà più insopportabile del disegno, puoi disegnare e guardare il tuo disegno, ma non puoi parlare e sentire le tue parole. Non ora. E perché non ora? Perché questa bambina è una sfollata, col crollo del ponte ha perso la casa, e per i bambini la loro casa è la casa dell’essere. Guarirà, questa bambina, e tornerà a parlare. Lo dicono tutti. Ma prima deve rientrare nella sua casa. Se c’è una precedenza, tocca a lei.