Opinioni

Scommessopoli. Calciopatie d'estate

di Massimiliano Castellani mercoledì 10 agosto 2011
Una volta al Barsport si discuteva della “staffetta” azzurra Mazzola-Rivera, poi è stato il tempo dei gol di “Pablito” Rossi, dei campioni del mondo di Spagna ’82 e infine degli eroi di Germania 2006. Ragionamenti da tifosi, certo, ma il calcio in un secolo e più di storia è sopravvissuto anche alle guerre proprio grazie a quest’epica popolare. Che un pallone che entra in rete non fosse più solo un gioco, lo sapevano da un pezzo anche i bambini, ma in quell’estate di cinque anni fa con lo scandalo di Calciopoli abbiamo scoperto, con tristezza e indignazione, che il “sistema calcio” era marcio fino alle radici. Un sistema che da tanto si regge sulla regola del “doppio passo” (non più alla Biavati): un pallone bello e pulito da vedersi in campo, piuttosto sporco e misterioso fuori dagli stadi, nelle stanze dei bottoni. Così la Coppa del Mondo vinta a Berlino è servita a rimuovere in fretta storie di clan e di cupole e a ripulire il prato verde che nel frattempo è sempre più sintetico (a Novara e Cesena). In sintesi: c’eravamo appena ripresi dallo choc di Calciopoli che si riattacca con Scommessopoli. E giù con altre ombre su calciatori che al sabato puntano soldi sulla propria partita e alla domenica provano a taroccarla con tutti i mezzi possibili, sonniferi compresi. Doppio passo: al Barsport alcuni ingenuamente continuano a pensare che lo fanno «tanto per addormentare il gioco», altri, i “giustizialisti”, chiedono a gran voce condanne esemplari per i club e i tesserati colpevoli. Nell’intervallo, da Pechino trasmettono le immagini del derby di Supercoppa italiana Milan-Inter. Ottantamila cinesi in delirio allo stadio Olimpico Nido d’Uccello e miliardi di telespettatori incantati da quello che i nostri dirigenti con orgoglio magnificano come «lo splendido prodotto del calcio made in Italy». Il tifoso si rianima, il Barsport stappa bottiglie per festeggiare, ma non fa in tempo a brindare che arrivano le sentenze del “processo brevissimo” sul Calcioscommesse. Ora, giuste o sbagliate, morbide o pesanti che siano, lasciano spazio a una sola riflessione: la labilità del concetto di responsabilità oggettiva. Per Calciopoli c’erano pochi sospetti di combine sulle partite eppure la Juventus fu condannata alla retrocessione in Serie B (con tanto di meno 9), qua per Scommessopoli se la sono cavata con qualche punticino di penalizzazione e la maxisqualifica, ad arte, per ex calciatori (Signori) o in età pensionabile (Doni). Al Barsport abbozzano e si consolano che tanto tra 17 giorni comincia il campionato. Forse. Sì perché i capitani, tutto d’un tratto coraggiosi, minacciano di fermare la Serie A: «Sciopero». Il termine sciopero, associato ai circa 800 professionisti della pedata che, per bocca di Maurizio Beretta (presidente a fine mandato della Lega di Serie A), «guadagnano una media di oltre 1 milione di euro l’anno», è plausibile che faccia una certa impressione. Così come è normale che il contratto collettivo di chi per vivere tira calci a un pallone, commuova molto meno di quello di un qualsiasi Mimì metallurgico. Ma quel contratto, di cui guarda caso si torna a rumoreggiare sempre a inizio stagione o durante le soste natalizie del campionato, ha un impatto mediatico che nessuna serrata dei lavoratori o protesta sindacale potrebbe avere come nella nostra piccola Repubblica fondata sul pallone. Il candido e ammirevole capo del sindacato dei calciatori (Aic), Damiano Tommasi, ne sta facendo una battaglia di principio: la categoria reclama la piena osservanza da parte dei presidenti dei club dell’articolo 7, in cui si rivendica il diritto per i “fuori rosa” di potersi allenare regolarmente con la propria squadra. Al Barsport alcuni dicono: «Stiamo parlando di un calciatore milionario, quindi di un “privilegiato”». Di là gli fanno eco: «Sì, ma è pur sempre un dipendente emarginato nel suo ambiente di lavoro». Noi, idealisti, innamorati del pallone, cacciati persino dal Barsport, a questo punto invochiamo una tregua. Un ritorno a brevissimo, come i processi sportivi, a un calcio pasoliniano di “poesia”. E che i verdetti da accettare d’ora in poi siano solo quelli del campo e non di un tribunale.