Opinioni

Le nude domande/4. È triste la felicità seconda

Luigino Bruni sabato 28 novembre 2015
Esiste una tensione tra felicità e verità. Finché sono entrambe piccole, vanno naturalmente insieme. Ma quando la verità cresce e si fa spazio, finisce per far evaporare le nostre felicità, e un dolore morale diventa prezioso compagno dell’ultimo e decisivo tratto di strada. Alcuni, di fronte a questo nuovo sconosciuto dolore, preferiscono restare illusi per salvare un po’ della vecchia felicità; altri, continuano il cammino tra i fumi delle antiche certezze. E incontrano Qohelet: «Ho detto al mio cuore: "Vieni su, sprofondati nella gioia, va e cercati il piacere". Ed ecco è fumo, anche questo. "Tu farnetichi", dico al riso. "Di che sei fatta?" Ho detto alla gioia». (Qohelet 2,1). Dopo aver esplorato con la sapienza il mondo degli uomini, accumulato saggezza e conoscenza, e scoperto che è tutto e solo vento e fame di vento, Qohelet prova un’altra strada di non-vanità. È quella che l’umanità ha sempre tentato per trovare "qualcosa di bene" e di vero che non fosse solo fumo e vento, "habel". È la strada della ricerca del piacere nei corpi, nelle ricchezze, nell’eros, nel benessere: «Trascinavo nel vino la mia carne, alla sapienza attaccato il cuore, sguazzavo nella stupidità. Perché volevo scoprire se c’è qualche bene per gli uomini, che essi si fabbricano nei loro pochi giorni sotto il sole» (2,3). Anche queste esperienze ci vengono presentate da Qohelet come ricerca fatta con il "cuore attaccato alla sapienza". Anche questo edonismo diventa una esplorazione vitale: «Ho intrapreso grandi opere, mi sono fabbricato case, mi sono piantato vigneti. Mi sono fatto parchi e giardini e vi ho piantato alberi da frutto d’ogni specie... Ho comprato servi e schiavi, e figliolanza di casa è stata. Ho accumulato per me anche argento e oro, ricchezze di re e di province. Mi sono procurato cantori e cantatrici, e la più grande delizia di ogni uomo, un gineceo di mammelle» (2,4-8). Quanto Qohelet descrive è molto vicino alla vita di Salomone, per come ci viene narrata dai libri dei Re e dalle Cronache. Anche l’uomo più sapiente di tutti aveva cercato "qualcosa di bene" nei grandi palazzi, nei giardini paradisiaci, nel lusso, nelle feste, nelle donne («Il Re Salomone aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine»: 1 Re 11, 3). Questa ricerca del piacere arriva dopo che Qohelet aveva sperimentato la vanità della ricerca delle verità più alte, intellettuali, filosofiche, teologiche. È questo un edonismo diverso da quello di chi sceglie il piacere all’inizio del cammino. L’edonismo di cui ci parla qui Qohelet è di altra natura: è la scelta di chi cerca nella carne e sotto il sole ciò che non ha trovato nello spirito e sopra il sole. È la gioia di chi vuole ridere per non piangere più. C’è il piacere e l’allegrezza di chi non ha mai tentato né conosciuto gioie più vere e alte di quelle prime e primitive dei corpi, del vino, dei sensi. Lo sappiamo, lo vediamo tutti. Ma c’è anche una ricerca di piacere di chi, deluso da promesse di felicità più grandi che gli si sono rilevale vanità, volge lo sguardo verso il proprio cuore e inizia a consumare se stesso e gli altri per sperare di trovare vita in altre "galassie". Vediamo persone che conducono vite agognando i piaceri del corpo e delle cose, e forse la loro è una soltanto una ricerca seconda dopo che i primi ideali, più nobili, si sono rivelati fumo. Si cerca così si saziare l’indigenza del cielo vuoto o silente toccando i corpi e ascoltando i suoni delle cose della terra, "mangiando" la vita che essi contengono. Spesso c’è molto dolore e tanta delusione sotto vite ripiegate su sé stesse, che si accontentano del sapore amaro delle ghiande perché delusi dai frutti dell’albero della vita che non sono mai arrivati. Rispondono alla prima fame di vita rivelatasi fame di vento, con una virata radicale, aggrappandosi alla consistenza più bassa ma pur vera dei corpi, dei sensi, delle cose. Non deve sorprenderci allora che Qohelet consideri questa ricerca non necessariamente sciocca, e con la sua propria esperienza le dia una legittimità: «Sono divenuto più ricco e più potente di tutti i miei predecessori a Gerusalemme, pur conservando la mia sapienza» (2,9). Trovare questa "seconda felicità" dentro la Bibbia ci deve allora donare uno sguardo di misericordia verso i tanti che volgono il proprio cuore verso felicità seconde dopo la delusione delle prime. È una buona notizia scoprire che nell’umanesimo biblico ci sono anche queste felicità tristi, perché le incontriamo tutti i giorni per le strade, dentro le nostre case. Sono annidate nel nostro cuore. Arriva un giorno in cui anche nei saggi che hanno esplorato le alte vie della conoscenza spirituale e filosofica, raggiunta finalmente la necessaria tappa della delusione, dalla rivelazione di quella "vanitas" nasce un nuovo bisogno quasi invincibile di esplorare la verità dei corpi e dei beni. E ciò che era stato visto e vissuto come tentazione e sciocchezza diventa improvvisamente affascinante, l’ultima terra promessa. Un fascino e una attrazione tanto più forti quanto più radicali e sinceri erano stati l’impegno per la prima e più alta verità. La scoperta della realtà come impalpabile fumo e vento genera una bramosia di ciò che si può toccare, vedere, possedere. È la difficoltà di pregare e seguire un Dio più vero che non si vede né tocca, che trasforma YHWH in vitello concretissimo e luccicante. La ricerca saggia di Qohelet include anche queste ricerche seconde, che sono parte della condizione umana, e quindi comuni, quotidiane, familiari, sorelle. Le prende sul serio, non le scarta a priori, le vuole provare – anche per noi. E così l’orizzonte umano si allarga, raggiunge tutti. Nell’umanesimo biblico c’è anche la strada del figlio tra la casa del padre e l’ultimo porcile. Se saltiamo troppo velocemente all’abbraccio misericordioso e al banchetto, non vediamo più troppi figli consumati dalla felicità del "vino" e dei corpi, e – non vedendoli – li lasciamo nelle ghiande, e non tornano più. Trascorriamo la maggior parte della nostra vita passando, più volte, dalle feste idolatriche dei vitelli d’oro ai banchetti misericordiosi dei vitelli grassi – e viceversa. Siamo tutti costruttori naturali di idoli, quasi sempre cercando solo vita e felicità. Ogni tanto incontriamo occhi e braccia che ci accolgono e ci salvano. Qohelet è uno di questi sguardi, uno di questi abbracci. Qohelet, però, ci dice ancora qualcos’altro, ci spiega perché queste strade di felicità ripiegate sono così comuni sulla terra: «Non ho negato ai miei occhi nulla di ciò che bramavano, né ho rifiutato alcuna soddisfazione al mio cuore, che godeva d’ogni mia fatica: questa è stata la parte, il meglio, che ho ricavato da tutte le mie fatiche» (2,10). Il cuore "gode" della "fatica" di cercare queste felicità tutte terrene e corporee, perché i beni e i corpi sono lì anche per allietarci e amarci. La conoscenza della sapienza più alta e spirituale produce invece soprattutto dolore, una fatica che Qohelet aveva definita "malvagia" e "tormento" (1,13). Ricercare la felicità nei corpi e nelle cose genera piacere, ottiene un suo premio. La ricerca della conoscenza smaschera le nostre illusioni, toglie i veli e ci fa incontrare con la nostra nuda umanità indigente e precaria. La ricerca della vita tramite i piaceri iscritti nelle cose stesse dona invece una sua consolazione, che può farci restare a lungo, spesso per sempre, dentro le illusioni. Non ha in sé lo strumento per la sua confutazione, perché le manca il dolore che è sempre la prima molla del cambiamento. Questa felicità seconda ci nutre, appaga una nostra indigenza. La ritroviamo anche dentro le esperienze religiose, dove accanto alla ricerca dolorosa che svela le illusioni, troviamo pratiche non dolorose che si nutrono consumando il piacere e il "premio" intrinseci alle stesse pratiche. Ma alla fine di questa seconda ricerca della verità nelle felicità sotto il sole, sentiamo, ancora, pronunciare il tremendo e bellissimo: «Tutto è fumo ["habel"] e fame di vento, non c’è profitto ["Itron"] sotto il sole» (2,11). Tutto è "habel", tutto è ancora un infinito Abele. I piaceri, i corpi, i molti beni non sconfiggono l’"habel". I ricchi e i poveri condividono la stessa fame di vento. È l’uguaglianza di questa fame insaziabile che ci accomuna tutti sotto il sole. Nemmeno questa ricerca di piacere produce "profitto": non avanza nulla. La ricompensa che questi piaceri conoscono si esaurisce nell’atto stesso del loro consumo. Non resta nulla oltre questo, non c’è un guadagno che rimane dopo il loro evaporare. I ricavi dei piaceri della carne e dei beni coprono soltanto i loro costi: la loro gioia non si accumula, non diventa capitale per sfamare i nostri figli e la nostra senilità. La felicità della vita e del corpo non si accumula acquistandola – e se fosse solo dono? Acquistare è il verbo di Caino – «ho acquistato ["kanìti"] un uomo presso Dio», disse Eva scegliendo il nome di suo figlio (Genesi 4,1). Il primo Caino colpì e vinse suo fratello, uccidendolo. Ma gli acquisti di beni e di persone non possono più vincere Abele, perché anche i figli di Caino sono sotto il segno dell’"habel". Il secondo Abele è divenuto imbattibile. l.bruni@lumsa.it