Opinioni

Il ruolo della società civile nella lotta alla povertà. Bisogni relazionali non solo assegni

Claudio Calvaruso sabato 23 aprile 2016
Il ruolo della società civile nella lotta alla povertà Il piano del governo sulle misure di contrasto alla povertà che il governo ha introdotto nella legge di stabilità appare molto limitato al momento, ma sviluppabile in un disegno strutturale e di più ampio respiro, fondato sulla continuità dell’intervento e un incremento progressivo delle dotazioni. In questo quadro è significativo l’invito del ministro del Lavoro, in recente incontro con il cartello di associazioni riunite nell’'Alleanza contro la povertà', a considerare il supporto alla povertà come un investimento. Abbiamo sempre considerato la miseria come un costo, ha aggiunto il ministro, mentre invece investire delle risorse a favore dei poveri non significa che siamo buoni ma che abbiamo una visione più corretta, più ampia, che puntiamo all’inclusione sociale e che vogliamo quindi coinvolgere l’intera comunità. A ciò si aggiunge la forte determinazione a non voler separare il reddito dall’inclusione sociale. Non risolviamo cioè il problema dei poveri con un assegno, ma è indispensabile puntare all’inclusione sociale, con tutto quello che ciò comporta in termini di servizi sul territorio da rafforzare in collaborazione con le regioni e di valorizzazione e attivazione del partenariato sociale. Quando, però, parliamo di povertà e di inclusione sociale ci dimentichiamo facilmente di un soggetto fondamentale che è necessario mettere in gioco in una collocazione centrale: la società civile. Forse per capire meglio ciò che intendiamo dire è preferibile considerare il concetto simmetrico all’inclusione sociale e cioè l’esclusione sociale. Se c’è esclusione sociale, infatti, vuol dire che esiste un soggetto che esclude e non possiamo più parlare a questo punto di fatalità del fenomeno della povertà. Chi è allora questo soggetto e perché esclude? Certo non possiamo dire che chi esclude sono le istituzioni, le quali al massimo cercano di porre riparo. E tanto meno il partenariato sociale la cui filosofia di intervento si ispira alla prossimità e alla solidarietà. Non ci resta quindi che cercare altrove e siamo aiutati in questo dalla trasformazione importante della natura dei bisogni sociali, che proprio in concomitanza con l’affermarsi del concetto di esclusione sociale, assumono una connotazione fortemente relazionale e addirittura affettiva.  I bisogni sociali, infatti, certamente mantengono un duro zoccolo di materialità, ma sono in gran parte proiettati sulla dimensione immateriale e richiedono risposte in termini di solidarietà, relazionalita ed affettività. Ci interrogano paurosamente sul senso che oggi assume la dimensione comunitaria e i suoi valori. Potremmo dire che questo tipo di bisogni è nettamente più importante, per chi ne soffre, dei bisogni materiali e richiede dei beni-risposta che oggi sono poco disponibili nel contesto sociale soprattutto per i gruppi marginali. Questi bisogni possono essere soddisfatti pienamente solo all’interno della società civile e attraverso processi esistenziali 'reali' ed è quindi più che evidente come essi siano generati dalla stessa società civile in termini di 'mancanza'. Se c’è quindi 'esclusione sociale' vuol dire che esiste un 'soggetto' che esclude e questo soggetto non può essere che la società civile. Questa semplice evidenza cambia drasticamente il volto del 'welfare', che non può più essere unicamente concentrato nelle istituzioni, con un carattere 'riparatorio' o di 'tamponamento'; ma che deve, invece, coinvolgere in prima persona la società civile, non solo in quanto 'principale responsabile' dell’esclusione sociale; ma soprattutto perché unico soggetto in grado, specularmente, di favorire e rendere possibile l’inclusione e la reintegrazione sociale delle persone gravemente afflitte da bisogni di tipo relazionale.  Se vogliamo quindi mettere in atto un piano di contrasto della povertà e vogliamo dare ad esso un ampio respiro non possiamo prescindere dal coinvolgimento in questa lotta dell’intera società civile, anzi dovremmo cominciare da essa poiché ogni nostra altra azione sarebbe solo di contorno, essenziale sì ma non esclusivo. Ci auguriamo quindi che una delle prossime tappe del ministro Giuliano Poletti sia proprio quella di riconsiderare, partendo dalla povertà, l’insieme delle misure di 'welfare' e avviare la nostra società verso un modello di 'welfare community', un modello cioè che restituisca alla nostra società civile una dimensione comunitaria fondata sui valori della solidarietà, della relazionalità e dell’affettività.