Opinioni

Esame cruciale per i tre "centri" e per gli altri. Bipolarismo alla prova delle «convergenze»

Sergio Soave venerdì 11 novembre 2011
La volontà di Giorgio Napolitano di concludere in tempi record la crisi politica originata dall’indebilimento estremo della maggioranza parlamentare di centrodestra, senza che si sia affermata un’alternativa sufficientemente sostenuta, sembra volgere alla nomina di un presidente del Consiglio estraneo ai partiti. Una scelta orientata alla costituzione di un esecutivo sostenuto dai tre "centri", il centrodestra del Popolo della libertà, il centrosinistra del Partito democratico, il centro-centro (ammesso che tutti i suoi leader si risconoscano nell’etichetta…) del cosiddetto Terzo Polo. Si vedrà se questa operazione avrà successo oppure se, in caso di ripulsa da parte delle forze parlamentari, si andrà all’immediata convocazione dei comizi elettorali. La gravità della situazione impone decisioni rapide e il Quirinale non intende lasciare sensazioni di incertezza o spazio a dilazioni che potrebbero agevolare altre devastanti spinte speculative contro il debito italiano.La prospettiva indicata più o meno esplicitamente dal Quirinale ha già prodotto un effetto politico significativo, con la divaricazione di posizioni tra le formazioni che esercitano la funzione baricentrica nei due poli, il Popolo della libertà e il Partito democratico, e i loro tradizionali alleati di coalizione, rispettivamente la Lega Nord e l’Italia dei valori (e, in sostanza, anche l’oggi extraparlamentate Sinistra a libertà, che – a quanto pare – Pierluigi Bersani vorrebbe recuperare proponendo una personalità legata a quell’area nell’esecutivo ipotizzato). Due dei tre "centri" – Pdl e Pd – e le rispettive leadership sono dunque doppiamente sotto esame, ma nessuno può pensare di chiamarsi fuori. Anche chi s’è già accomodato sui banchi dell’opposizione dovrà rendere conto all’opinione pubblica e ai vecchi e possibili futuri interlocutori non solo delle concrete opzioni ma anche degli slogan prescelti. E questo perché è probabile che, quando saranno convocate le elezioni politiche, specialmente se non si modificherà l’attuale legge elettorale o comunque ne resterà una d’impostazione maggioritaria, le alleanze si costituiranno nuovamente. Nell’immediato, tuttavia, lo scenario politico sembra prescindere da questa prospettiva più lontana. Siamo alla teorizzazione di una specie di riedizione delle antiche «convergenze parallele» evocate, in condizioni politiche non del tutto diverse da quelle attuali, da Aldo Moro. E se ci sarà davvero una fase di convergenza dei maggiori partiti, che restano tra loro politicamente alternativi, nel sostegno a un esecutivo chiamato a realizzare manovre e riforme impopolari e dolorose questo non sarà privo di conseguenze anche sul medio periodo.La collaborazione straordinaria, ma comunque effettiva, potrebbe volgere verso due esiti diversi e in un certo senso opposti. L’esito negativo sarebbe rappresentato da una sorta di annullamento del valore della rappresentanza politica, di un cedimento alla dittatura dei mercati, che offuscherebbe la funzione della rappresentanza politica, lasciando spazio a forme di conflitto extraparlamentari. C’è però anche un possibile esito positivo, che consiste nell’utilizzazione di questa fase eccezionale per ristrutturare il nostro ormai malmesso bipolarismo. In tal caso, i due partiti cardine dell’attuale schema sceglieranno, per un tempo dato, di non contrapporsi nelle consuete funzioni di governo e di opposizione e di concertare assieme ad altre forze responsabili alcuni grandi compiti comuni: fronteggiare l’emergenza economico-finanziaria e affrontare quei nodi istituzionali, che sono per loro natura risolvibili meglio attraverso un’intesa ampia. Se i problemi di un saggio ripensamento del bicameralismo perfetto, del decentramento federale sottratto a logiche egoistiche, della riduzione dei costi e dell’invasività della politica, della funzionalità del sistema giudiziario, della qualità della rappresentanza e quindi dei meccanismi elettorali, per fare solo qualche esempio, saranno affrontati comunemente e senza pregiudiziali ostative durante la possibile fase di tregua, la politica dimostrerà di non essere stata messa in un angolo, di essere in grado comunque di fornire risposte ai problemi dello Stato, la cui struttura invecchiata e farraginosa è peraltro elemento non secondario della situazione di difficoltà e incertezza che rende tanto fragile la credibilità dell’Italia.