Opinioni

Bibbiano (e oltre). Serve l’affido, non le ideologie

Daniele Novara giovedì 29 agosto 2019

Il caso di Bibbiano, in terra di Emilia, dove alcuni operatori della Tutela Infantile sono stati arrestati con l’accusa di aver agito per allontanare i figli dai genitori senza motivi reali, anzi con lo scopo di favorire interessi privati, sta creando attenzioni acute e una strumentalizzazione politica incomprensibile e anche disgustosa quanto l’episodio stesso, sul quale peraltro sono ancora in corso le indagini. Cercare mostri non serve a nulla. Senz’altro un mostro non può essere il sindaco di Bibbiano: in queste procedure i sindaci hanno un ruolo molto lontano dai processi decisionali veri e propri che sono sostanzialmente in mano ai tecnici che hanno un potere più significativo e rilevante.

La domanda da porsi è questa: cosa fare quando una comunità, una collettività e un’istituzione pubblica, con tutti i suoi servizi, acquisiscono l’informazione, ovviamente da verificare, che una famiglia - o dei genitori, al limite anche uno solo - non sta funzionando per i propri figli e può risultare pericolosa e dannosa? Anzitutto, se la situazione è questa, è sbagliato lasciare semplicemente i figli, tanto più i bambini, ai genitori. Sono i genitori stessi i primi che hanno la necessità di un intervento che può salvare la vita ai bambini, ma anche ai genitori. In seconda battuta, penso che occorra definitivamente uscire dall’idea che si possa scorporare la questione dei figli da quella dei genitori. Sui diritti dei bambini la nostra società è giustamente sensibilissima perché sono soggetti estremamente fragili.

Ritengo comunque che si salvano e sostengono i bambini se si salvano e si sostengono i loro genitori. E che quindi un intervento ideologico unicamente volto a separare i figli dai genitori appare privo di efficacia, oltre che di fondamenta scientifiche. In Italia, comunque, la sensibilità verso i bambini è più teorica che reale. Il nostro è uno dei pochissimi Paesi europei a non aver ancora una legge contro le punizioni fisiche, letteralmente corporali, in famiglia. Esiste solo, ne ho parlato tantissimo anche nei miei libri - specie 'Punire non serve a nulla' (Bur-Rizzoli) -, il reato di maltrattamento.

Ma per agire nella logica del maltrattamento bisogna che il genitore compia qualcosa di veramente molto grave ed eclatante. Mentre la pura e semplice punizione fisica viene rubricata come un atto educativo erroneo, ma comunque possibile. È una situazione grottesca in quanto se una maestra di Asilo nido o di Scuola materna urla, incalza minacciosamente i bambini, li strattona, li butta sul lettino e dà uno scapaccione, anche se c’è un pannolino a proteggerli, tutto questo viene considerato un reato, le telecamere lo registrano e la maestra va nei guai.

Ma se la stessa cosa, anzi in forma più grave, succede in famiglia non è reato. Occorre uscire dalla retorica del 'salviamo i bambini' e chiedersi se veramente abbiamo in Italia le leggi giuste e adeguate che permettono, non tanto di criminalizzare i genitori, ma di creare un semaforo rosso. E quindi di aiutare il genitore a capire che sta sbagliando e che in quel modo rovina i suoi figli piuttosto che educarli. E che se questo genitore a sua volta è stato cresciuto a mazze e panelle, come dicono in alcune parti d’Italia dove un proverbio recita 'mazze e panelle fanno le figlie belle', non c’è bisogno che replichi questa coercizione e questa nefandezza all’infinito.

Può essere che agisca in questo modo per disinformazione, forse perché non ha mai incontrato nessuno sulla sua strada che gli abbia fatto capire che non è questo il modo per tirar su i bambini. L’approccio giusto è quello di aiutare i genitori. Poi ci sono situazioni in cui da sempre, in ogni comunità, si sono create le cosiddette uscite di sicurezza. Quando una mamma stava male, c’era una zia o qualcuno che se ne occupava. Quando i genitori dovevano andare a lavorare lontano, il bambino veniva affidato a un parente. Sono situazioni normali.

Diciamo che l’istituzione dell’affidamento, che anch’io ritengo estremamente importante, positiva e da difendere a tutti i costi, è proprio il corrispettivo istituzionale di quella che era una prassi in uso nelle società tradizionali dove la solidarietà inter-famigliare creava le condizioni per cui un bambino potesse essere ospitato e gestito dai parenti. Operazione che anch’io ricordo tante volte realizzata fino agli anni Sessanta-Settanta dai miei genitori rispetto ad alcuni loro parenti. È una soluzione utile per i bambini, a fronte di genitori fragili che non ce la fanno. Ricordo di aver seguito recentemente un affidamento nel primo anno di vita di una neonata di una ragazzina di 15 anni che, ovviamente, non ce la faceva.

Quel primo anno di vita è stato gestito in affidamento famigliare e a un anno e due mesi la bimba è stata restituita alla mamma inesperta ma più cresciuta e preparata, in ottime condizioni. Se la mamma l’avesse tenuta nel primo anno di vita sarebbe stato un disastro. La possibilità di avere queste uscite di sicurezza è importantissima. Il caso di Bibbiano ci dice di uscire dalle ideologie, dai luoghi comuni e da alcune tecniche che appaiono equivoche, come quella di ascoltare i bambini come se fossero adulti.

Si rischia di prendere lucciole per lanterne, quante volte è già successo? Ho avuto la possibilità di seguire e di aiutare gli insegnanti di Rignano Flaminio (Roma) che erano stati ingiustamente accusati di seviziare sessualmente i loro bambini di Scuola materna sulla base di colloqui estremamente equivoci fatti ai bambini stessi. Sono cose che dal punto di vista scientifico conosciamo da tempo immemorabile: al bambino piccolo, attraverso domande tendenziose, puoi far dire anche quello non pensa. Ci vuole altro per capire se siamo in presenza di violenza nei confronti dell’infanzia.

Occorre cercare nuovi sistemi e dispositivi che non siano unicamente basati sul dover ricavare le informazioni dai figli stessi. In quante Ctu i figli vengono vergognosamente manipolati in modo da liberarsi dell’altro genitore? Abbiamo bisogno di istituzioni che sappiano individuare immediatamente i problemi, ma non per criminalizzare i genitori, bensì per fare in modo che ci possa essere un’occasione di riscatto, sempre che il genitore lo voglia. Se, ad esempio, un genitore è alcolizzato e non si cura, non è in grado, ovviamente, di occuparsi dei figli. Personalmente, mi sono ritrovato a difendere bambini da padri pedofili che non venivano riconosciuti come tali. Nemmeno dalle istituzioni preposte. È sempre molto complicato, ma se usciamo da un’idea puramente giudiziaria ed entriamo in un’idea educativa, forse ce la possiamo fare.

Pedagogista