Opinioni

Coronavirus. Nella notte di Bergamo lacrime, modestia e tenacia

Fabio Carminati domenica 22 marzo 2020

Bergamo ha pianto in silenzio e quasi si vergognava della lacrima sul volto, come le tracce di gomma lasciate sull’asfalto da quell’interminabile file di camion militari. “Non ce la faccio” ti insegnano fin da piccolo che non si può dire; “non ci riesco” non esiste proprio. Questo ha scritto qualche anonimo poeta del quotidiano in queste ore. Ed è forse anche per questo che ci prendono in giro, per quell’accento che ci hanno lasciato decine di popoli che nei secoli hanno varcato queste montagne, bevuto nei due fiumi e rubato quello che si poteva rubare nelle nostre valli.

Ridono a volte di noi per i nostri silenzi pieni di inadeguatezza, chiusi nella convinzione di non essere mai all’altezza. Per la nostra testa bassa e lavorare. Non ridete, ma qualcuno di noi, con orgoglio, davvero si paragona alla polenta: semplicemente acqua, sale e farina. Una crosta fredda, ruvida e un cuore caldo. Che se sai arrivarci ti avvolge, non ti delude. Perché sotto la sender (cenere) c’è sempre la brasca, la brace come dice la saggezza popolare.P erché questa gente è stata fuoco. Ha indossato una scolorita camicia rossa e ha seguito un’idea prima di un uomo per liberare altri uomini. Neanche si capivano, ma sono morti per loro, per noi. E chi è sopravvissuto, invece di tornarsene a casa è partito per il freddo polacco, dove altra gente che neanche là capiva i nostri urli gutturali aveva bisogno di qualcosa che non si può comprare, la libertà. Sono morti così, senza che nessuno li avesse costretti. Come qualcuno dopo di loro che ha portato a spalla i mortai verso il cielo delle montagne, come chi è morto in una maledetta sacca sul Don. O in un reparto di terapia intensiva, in questo momento, si appoggia solo per un attimo a una sedia e poi risolleva la mascherina e riparte, perché “non ce la faccio” o “non ci riesco” non esiste.

Non fateci i complimenti, non sappiamo assaporarli e non li meritiamo. Nel nostro cuore c’è sempre il “cosa devo fare”, non “che cosa ho fatto”. Non è falsa modestia, ipocrisia: siamo venuti su così. A sberle prese dalla vita, che però ti aprono il cuore. E, saggezza umana e cristiana, ti insegnano a dare prima di ricevere. Perché non tutti lo sanno, ma quell’Ospedale mobile della Protezione civile, che ora gli Alpini vorrebbero allestire a Bergamo, era partito proprio da qui più di trent’anni fa: quattro container saldati tra loro che ora si sono trasformati in una struttura che si trasporta per mare, per cielo e su terra in tutto il mondo. Un gigantesco Meccano, un Lego tecnologico che è stato ovunque a portare aiuto. Sempre sulle spalle degli Alpini, come in cadenzato cammino, alzando e onorando la rossa Croce che dice fedeltà e soccorso, E ora forse, se la cautissima Lombardia si convincerà che serve, l’Ospedale tornerà a casa. Come torneranno corpi e ceneri, come a casa tornano tutte queste anime nella notte di Bergamo.