Opinioni

Il direttore risponde. I beni d’arte e la mano chiusa

Marco Taquinio domenica 19 maggio 2013
Caro direttore,ho letto con grande interesse l’editoriale dello scrittore Ferdinando Camon ('Avvenire' del 3 maggio scorso), sulla cultura 'cenerentola' in Italia. Condivido in pieno e in più aggiungo: non solo cenerentola, ma tartassata. Spiego meglio. Nella mia più che ventennale esperienza all’ufficio Beni culturali della mia diocesi, ho notato da un lato un progressivo inasprimento burocratico dei funzionari delle Soprintendenze, che non si rendono conto che siamo davanti a una vera e propria emergenza, con molte piccole comunità che faticano a tenere in piedi le loro chiese – quanto è rimasto della loro identità – e che, invece di essere premiate, si vedono richiedere interventi di restauro 'da manuale' con oneri insostenibili. Lo Stato da parte sua – vedi provvedimenti ultimi del governo Monti – ha deciso di sospendere almeno fino al 2016 ogni genere di contributo. C’è di più: mentre l’Iva applicata al restauro dei beni immobili vincolati è rimasta – bontà loro – al 10%, per il restauro dei beni mobili – evidentemente considerati beni di lusso – l’Iva è cresciuta fino al 21%, a fronte, anche qui, di zero contributi statali. Così molte parrocchie rinunciano a restaurare quadri e suppellettili antiche lasciando che il tempo, inesorabile, faccia il suo corso. Poi magari ci tocca pure sentire che bisogna favorire il lavoro giovanile e femminile. Peccato, perché si dà il caso che i restauratori di beni mobili siano in grande maggioranza giovani e donne, che magari a fatica, hanno ottenuto la prescritta qualifica di restauratore da parte dello Stato. Cordiali saluti.monsignor Paolo Cabano
direttore Ufficio Arte sacra e Beni culturali diocesi della Spezia-Sarzana-Brugnato
Credo che anche la sua garbata e accorata protesta, caro don Paolo, sia un promemoria molto efficace tanto per il Parlamento quanto per il governo e, in particolare, per l’oberatissimo neoministro dei Beni culturali. Massimo Bray siede su quella che, ormai da anni, è diventata una delle poltrone più scomode del governo nazionale: un patrimonio immenso da tutelare e valorizzare, risorse scarse da amministrare, sensibilità politiche obiettivamente mediocri, ipersensibilità degli addetti ai lavori proverbiali eppure (non sempre, ma quasi sempre) motivate. La sua è una sottolineatura di grande utilità perché dimostra che in tempi di vacche magre e di mungiture forzate, come pure di supponenze altezzose, si è arrivati al punto non solo di disprezzare e lasciare troppo soli i 'custodi' dei piccoli e grandi beni d’arte e di fede che impreziosiscono anche gli angoli più remoti del nostro bellissimo Paese rendendolo semplicemente unico, ma anche di frustrare – o, comunque, di rendere più gravoso – lo sforzo delle parrocchie (come di altre realtà territoriali) per preservare opere e manufatti che sono testimonianze della storia e dell’identità delle nostre comunità locali. È quasi incredibile che uno Stato che tiene chiusa la 'mano che dà' perché fa fatica o deve rinunciare del tutto a finanziare direttamente attività di restauro e conservazione del patrimonio artistico, tenga invece aperta la 'mano che prende' per reclamare più Iva su quelle stesse attività. Finendo spesso per paralizzarle, mortificando per sovrappiù professionalità che, come lei rileva, in molti casi sono garantite da giovani e donne con eccellenti percorsi formativi e animati da autentica passione. È proprio così: anche in questo cruciale settore rischia di allargarsi sempre più una lucida e amarissima paralisi. In attesa di tempi migliori, che però non vengono da soli, e di risorse da investire, che vanno una buona volta scovate con continuità e mobilitate. Magari usando con convinzione ed equilibrio proprio la leva di rigorose, sensate e robuste agevolazioni fiscali. Lo Stato se non riesce a sostenere, può almeno impegnarsi a non penalizzare e demotivare.