Opinioni

Investimenti che creano valore. I nostri beni culturali senza concorrenza

Leonardo Becchetti mercoledì 10 aprile 2013
​In un’economia globale la delocalizzazione produttiva sta accelerando il processo di convergenza condizionata: i Paesi emergenti, a minor costo del lavoro, crescono di più e recuperano lentamente terreno rispetto a quelli più sviluppati. Questo fenomeno ha messo in difficoltà i Paesi più industrializzati che hanno cercato di soddisfare, attraverso il debito, l’esigenza di crescita dei consumi in presenza di un declino salariale per larghe fasce della popolazione. Queste nazioni hanno spinto l’acceleratore sulla finanza creativa, che ha reso presto insostenibile la creazione di valore, producendo bolle e crisi finanziarie. L’unica risposta possibile a tali crisi si è rivelata sino ad oggi l’atto creativo delle Banche centrali, con la loro politica monetaria ultra espansiva che inonda il mercato di liquidità, aiuta le banche a reintegrare le riserve di capitale, ma pone le premesse per un’ulteriore "inflazione finanziaria" che dà luogo a nuove bolle e successive crisi.Come sappiamo, il nostro Paese è tra quelli più in difficoltà in questo processo. Per rispondere alla concorrenza sul costo del lavoro delle nazioni povere ed emergenti che convergono ci vuole un sistema Paese efficiente come quello tedesco e bisogna dunque aggredire i tanti elementi di arretratezza del nostro (ritardi nel digitale, di pagamento della Pubblica amministrazione, costi della burocrazia, durata delle cause civili...). Uno dei fattori di ritardo più gravi è quello del gap di investimenti nel settore della cultura e dell’istruzione. I dati Eurostat del 2011 appena pubblicati forniscono una fotografia impietosa dell’Italia, ultima in Europa per spesa pubblica in cultura sul Pil (1,1%) contro una media del 2,2% e ben lontano dal Paese leader (l’Islanda) che spende il 7,4%. Molto simile la situazione nel campo dell’istruzione dove spendiamo l’8,5% contro la media Ue del 10,9% e il 17,9% della Svizzera che guida la classifica.Come è ormai ben noto gli anni di scolarizzazione (capitale umano) sono una variabile chiave per la crescita economica. Dal punto di vista individuale ogni anno in più aumenta statisticamente il capitale sociale, il reddito percepito in età di lavoro e rende i cittadini più capaci di chiedere conto ai politici del loro operato. È noto anche che il nostro Paese è leader nei "giacimenti" culturali con la più alta quota di siti patrimonio dell’Unesco e che la cultura, opportunamente valorizzata, può creare valore economico immateriale socialmente, ecologicamente e finanziariamente sostenibile. I beni culturali sono inoltre perlopiù non delocalizzabili e dunque meno soggetti alla spietata concorrenza sul costo del lavoro dei Paesi emergenti. In parole povere Roma e Venezia non sono trasferibili e "riproducibili" in altre nazioni e dunque subiscono solo relativamente la concorrenza internazionale sul costo del lavoro. Molto si può fare per "costruire" e valorizzare beni culturali prendendo l’esempio dai sassi di Matera, città che ha saputo catalizzare investimenti comunitari per valorizzare il proprio patrimonio culturale e gode oggi di un elevato flusso di turisti che portano valore nella città grazie alle infrastrutture alberghiere e al pagamento della tassa di soggiorno locale.Un ulteriore vantaggio dei beni artistici e culturali è che essi godono della domanda mondiale pur non essendo esportati fuori dai nostri confini come le merci. In altri termini, anche in periodi di recessione e di crollo della domanda interna come questo sono proprio le risorse turistico-culturali che risentono meno della crisi per via della sostituzione tra turisti nazionali in calo e turisti stranieri in crescita, provenienti dai Paesi che stanno sperimentando dinamiche positive di aumento del reddito.Come in ogni ambito, ciò che conta è però soprattutto la qualità e non solo la quantità della spesa. La possibilità per un Paese come il nostro con forti vincoli di bilancio pubblico di aumentare la spesa in cultura e istruzione passa attraverso la capacità di coniugare qualità e godimento di per sé delle risorse in questione con la loro capacità di creare valore economico. Solo in questo modo sarà possibile avviare un circolo virtuoso in grado coniugare bene comune e creazione di valore economico sostenibile.