Opinioni

Dopo il voto. Il M5S alla prova del nove contro i poteri forti

Leonardo Becchetti sabato 2 luglio 2016
Il Movimento 5 Stelle ha conquistato Roma e Torino con un’abile campagna elettorale. In termini molto semplici la formula proposta agli elettori è che con più onestà (lo slogan gridato all’infinito dai militanti in manifestazioni pubbliche) e maggiore partecipazione e democrazia "dal basso" resa possibile dalle tecnologie di rete è possibile costruire una democrazia migliore. In un’intervista radiofonica, una delle massime responsabili del movimento si è spinta sino ad affermare con entusiasmo che il «movimento è post-ideologico» e che, una volta abbandonate le ideologie, tutto è solo un «problema di tecnica». Ovviamente non è così. E al di là della tecnica, visto che in campagna elettorale questo non è avvenuto, all’indomani di un successo elettorale che ha portato il movimento fondato da Beppe Grillo al governo di due metropoli e lo proietta con queste responsabilità sulla grande scena nazionale, sono tutti oggi molto curiosi di sapere qual è la collocazione politica e la dominante programmatica dei pentastellati. Perché ora tornano al pettine i tradizionali nodi della politica e i dilemmi nella scelta dell’allocazione di risorse scarse. La promessa di "meno corruzione" implica quello di "meno sprechi" e, dunque, più risorse ben impiegate, che poi però andranno ripartite rispondendo a una serie di domande classiche. Il M5S è per una tassazione più o meno progressiva? Quanto pensano si debba venire incontro alle istanze dei cittadini e lavoratori immigrati rispetto a quelle più tipiche degli italiani? Quale quota delle risorse pubbliche va spesa in sanità e quanti sacrifici vanno invece fatti in nome della spending review? Non sarà più "destra" o "sinistra" tradizionale ma sempre politica è… Andando a scavare, alcune opzioni del M5S emergono in modo nitido. I pentastellati sono per il "reddito di cittadinanza" più che per il "sussidio di disoccupazione" universale. Ovvero ritengono che in una società sempre più fragile ed esposta a choc sia importante offrire una protezione minima non solo a chi è in età di lavoro, ma non lo trova, bensì a tutta la popolazione che si ferma al di sotto di una soglia minima di reddito. Su queste colonne abbiamo spesso sostenuto le ragioni di una simile ipotesi. E continua a sembrarci opportuno che, su tale fronte, ci si confronti appieno con le proposte di "reddito inclusivo" formulate dall’Alleanza contro la povertà, ovvero con l’istanza di non trasformare il "reddito di cittadinanza" in un obolo che indebolisce lo spirito d’iniziativa, ma in uno stimolo a mettersi in moto, atteso che la dignità di una persona dipende anche dalla sua capacità di fare qualcosa di utile per gli altri nella società di cui è parte. I 5 Stelle, in virtù delle radici ambientaliste e solidali del movimento, hanno poi preso una posizione molto forte sul tema della sostenibilità ambientale e sono oggi tra i più schierati per le "energie rinnovabili" e per l’abbandono delle "fonti fossili" (prendendo sul serio l’appello di papa Francesco nella Laudato si’). In campo urbanistico, questo si riflette coerentemente in una posizione contraria all’aumento del consumo del suolo e più orientata all’«organizzazione smart» (cioè alla riorganizzazione intelligente) degli ambienti urbani. Proprio su questo punto ravvisiamo gli effetti positivi della competizione politica. Non sembra un caso che subito dopo la sconfitta subita alle amministrative dalla principale forza di governo, il Pd, il Parlamento abbia finalmente approvato una legge che fa del Bes (che, come i nostri lettori sanno bene, è il sistema per stimare del benessere equo e sostenibile di un sistema Paese) un indicatore per valutare il Documento di economia e finanza (Def) del Governo stesso. E non sembra neanche casuale che il premier Renzi, che aveva a lungo sostenuto che le "rinnovabili" dovevano e potevano fare da sole, abbia messo in campo incentivi per 9 miliardi e, ormai, parli molto più di rinnovabili che di fonti fossili. Per dirla tutta, e sintetizzare altri punti salienti, una caratteristica distintiva dei 5 Stelle dal Pd sembra essere, in questo momento, una capacità di resistenza significativamente maggiore alle grandi lobby del Paese, quelle che abbiamo imparato a chiamare "poteri forti". Tutte queste caratteristiche hanno reso il M5S naturalmente più attraente (soprattutto in un territorio come Roma) agli elettori in materia di amministrazione locale anche di grandi centri urbani. Dove probabilmente il movimento è atteso a una prova di maturità – se, come è evidente, punta a 'scalare' il livello del governo nazionale – è quello delle politiche macroeconomiche e del rapporto con l’Unione Europea. Non basta dichiararsi europeisti. Pensare che sia possibile organizzare un referendum popolare sulla permanenza nell’euro è come dire a un civile di attraversare lentamente un ponte in un contesto bellico sotto il fuoco di cecchini ostili (che sarebbero, poi, le forze della speculazione finanziaria). Un atteggiamento eurocritico maturo dei 5 Stelle sarebbe assolutamente benvenuto e importante per aumentare la pressione in materia del Parlamento europeo verso la Commissione e i leader degli Stati membri. In conclusione, il M5S ha saputo intercettare il desiderio di cambiamento proponendo alcuni miglioramenti sostanziali sul piano dell’integrità della politica come esperienza di servizio. Hanno anche nelle loro corde una maggiore capacità di resistere alle pressione delle grandi lobby (che, però, è anche un’incognita nella gestione dei rapporti con le stesse una volta al potere) e una capacità di interpretare lo spirito nuovo dei millennials (i nati dopo il 1980) sui temi della responsabilità sociale e ambientale e della cittadinanza attiva. Temi maturati e sviluppati nell’alveo dell’economia solidale e della finanza etica e ormai maturi e pronti per il 'grande pubblico'. L’ultimo miglio che manca da percorrere è quello di comprendere la portata della sfida antropologica (arrivata al cruciale passaggio del commercio della vita umana) e della maturazione nelle politiche europee di integrazione. Se il M5S sarà in grado di costruire una strategia politicamente efficace per portare l’Unione Europea dal rigorismo alla cooperazione (e a patto che la promessa di amministrare meglio le città risulti vincente), diventerà anche una forza davvero in grado di competere per il governo del Paese e di questo lungo tempo di crisi. Intanto, si può registrare che l’aumentata pressione e concorrenza nella competizione politica sembra produrre effetti positivi anche sul principale partito di governo. E già questo è un buon risultato.