Opinioni

Il neonato rapito in Campania. Storia di due madri Ma solo una madre due volte

Lucia Bellaspiga mercoledì 9 giugno 2010
Spero che si tratti di una donna. Che ragioni come una mamma». A questo pensiero si aggrappava Fabio Cioffi, il padre del piccolo Luca, venuto al mondo da tre ore nell’ospedale di Nocera Inferiore e subito rapito da mani ignote. E aveva pensato giusto, perché un amore di madre, seppure un amore malato, non uccide: accudisce. «Spero solo che ragioni come una mamma», ripeteva piangendo il militare, giunto in licenza dal Libano per accogliere alla vita il suo secondo figlio. E proprio come avrebbe agito una mamma ha cercato di comportarsi Annarita Buonocore, recitando malamente il suo copione allucinato: «L’ho trattato bene, non gli ho fatto del male», ha detto agli agenti che irrompevano in casa sua, «volevo tenerlo un po’ con me, poi lo avrei restituito». Come si fa da bambine, cullando una bambola presa in prestito da un’amica più fortunata. Luca dormiva ignaro nel lettone di quella donna sconosciuta che per prima lo aveva scaldato, nutrito, stretto al petto. Tutto attorno pannolini, biberon, latte in polvere. Andava in scena il dramma di una maternità negata, forse a causa di un recente aborto che le aveva portato via suo figlio, quel maschietto da sempre desiderato e mai partorito.Nelle stesse ore, in una stanza d’ospedale poco lontano si svolgeva un altro dramma, ma lì nessuna recita. Annalisa, mamma di Luca, era passata in pochi istanti dalla gioia più intensa che una donna possa provare, quella di guardare per la prima volta il volto di suo figlio, all’incubo peggiore, di non vederlo mai più. Era stata lei stessa a consegnarlo nelle mani di quella «signora vestita di bianco» che le era apparsa come «una infermiera dolcissima» e si era presa cura di lei. La sconosciuta le aveva affidato le più segrete pene del suo cuore, quasi a giustificarsi di quanto stava facendo, forse nell’intento di essere capita e compatita: che splendido bambino, le aveva detto, anche io vorrei tanto un figlio maschio, anzi - aveva confessato prima ancora del gesto - se lo trovassi bello e fatto me lo terrei, sarei disposta ad allevarlo... Parole troppo assurde per prenderle sul serio, e Luca era stato deposto tra le sue mani accoglienti e premurose perché fosse accudito, riportato nella culla, vegliato. «È un vero peccato che certe donne abbandonino i figli», aveva mormorato l’infermiera prima di sparire dalla stanza, stringendo a sé quel bambino finalmente suo.C’è solo una gioia più grande che mettere al mondo un figlio, ed è quella di rimetterlo al mondo quando ormai lo si dava per perso: «Mio figlio oggi è nato due volte», piangeva Annalisa fragilissima e felice, col viso bello delle mamme, non appena gliel’hanno riportato. Non gli ha fatto del male - ha ripetuto anche lei - gli ha pure dato da mangiare... Nessuno spazio per l’odio, nessuna - lecita - richiesta di giustizia, né la pretesa di una punizione, «mi dispiace per questa persona - ha mormorato soltanto nel suo letto d’ospedale, circondata dai giornalisti che frettolosamente parlavano di perdono o magari di un incontro tra le due donne. «La perdono, sì», ha annuito Annalisa, dando alla compassione il senso più vero del patire insieme. «Era una donna dolcissima, mi ha aggiustato il catetere, mi ha guardato la flebo...». Madre due volte nello stesso giorno, assapora il dono della maternità come una duplice grazia ricevuta da quel Cielo che tanto pregava nelle ore dell’angoscia. E come si fa di fronte al più grande dei doni, desidera solo chinare il capo e ringraziare Dio: «Andrò subito al santuario di San Gerardo». Gli affiderà Luca e la sua sorellina che aspetta a casa, ma anche quella madre mancata. «È una povera anima. Pensiamo anche a lei, preghiamo anche per lei».