Opinioni

La sfida di Phnom Penh. «Basta critiche»: la Cambogia guarda sempre più alla Cina

Stefano Vecchia, Bangkok mercoledì 5 luglio 2017

Attivisti per i diritti umani alzano striscioni durante una marcia per i diritti umani a Phnom Penh

Alla congiunzione tra le strategie cinesi di crescente influenza al limite del controllo sui vicini più deboli e degli interessi del regime guidato con piglio dittatoriale da un trentennio dal primo ministro Hun Sen, si situa il voltafaccia storico della Cambogia. Uscito dalla disastrosa esperienza dei Khmer Rossi e dal conflitto indocinese con il contributo essenziale dell’Occidente, il Paese ha deciso – meglio, il suo governo ha deciso – di denunciare le presunte ingerenze straniere e di fatto chiudere le porte a diplomazie e organizzazioni internazionali che considera ostili. Lo ha fatto diffondendo un testo che per Sophal Ear, nazionalista filo-governativo autore dei discusso pamphlet Aid Dependence in Cambodia: How Foreign Assistance Undermines Democracy (Dipendenza dagli aiuti in Cambogia: Come l’assistenza straniera mina la democrazia), offre “certezze contro la rappresentazione occidentale” della realtà cambogiana.

Un testo che sicuramente contribuirà a inasprire i rapporti con diversi Paesi, ma che ha soprattutto una valenza interna, mirato a sostenere le politiche ufficiali del governo e del suo leader che hanno dimostrato negli ultimi anni sempre maggiore insofferenza verso le critiche e le pressioni internazionali riguardo diritti umani, legalità, tutela ambientale e condivisione della ricchezza. Non è l’unica iniziativa regressiva, date le recenti modifiche alla legge che regola l’attività dei partiti politici e una serie di altri provvedimenti indirizzati a indebolire la dissidenza dopo che il voto del 2013 ha per la prima volta minacciato seriamente la leadership di Hun Sen e del suo Partito del popolo cambogiano. Qualunque siano le ragioni che hanno ispirato le 10 pagine del testo, sorprende la durezza delle affermazioni contenute nel documento intitolato To Tell the Truth (Dire la verità) diffuso dal Ministero per gli Affari esteri e la Cooperazione internazionale indirizzato a governi stranieri, diplomatici, mass media e Ong. Ufficialmente con il proposito di “raddrizzare la visione” che del Paese la comunità internazionale e soprattutto gli Stati Uniti, hanno della realtà cambogiana. Sovranità, impegno democratico ed eredità del passato, sono al centro della rivendicazione di autonomia e del rifiuto di ogni “campagna di disinformazione” che avvantaggerebbe elementi “razzisti e revisionisti riguardo l’olocausto (cambogiano)”. Citato esplicitamente il rapporto del 2015 compilato dall’inviato speciale delle Nazioni Unite per i Diritti umani in Cambogia, la britannica Rhona Smith. Nel testo che il documento governativo definisce “sbalorditivo”, si sostiene che la Cambogia attuale deve essere ritenuta responsabile per la sua la pessima situazione dei diritti umani, una visione che molti nella società civile del piccolo Paese asiatico condividono e contro cui si impegnano subendo persecuzione, aggressioni e carcere. Oppure l’esilio, come per il leader storico dell’opposizione a Hun Sen, Sam Rainsy, che lo scorso febbraio ha rinunciato alla guida del Partito per la salvezza nazionale della Cambogia da lui fondato e di fatto a vivere, almeno per ora, nella sua patria.

Per molti anni, quello di Phnom Penh ha guidato la lista dei governi che hanno usufruito in modo massiccio del sostegno occidentale alle loro politiche economiche e sociali. Un supporto che ha anche contribuito a un processo di ricostruzione della memoria e di riconciliazione nazionale che passa dai lavori del Tribunale speciale per il Genocidio cambogiano che a fatica dal 2006 sta cercando di portare alla sbarra e di condannare i gerarchi superstiti del regime Khmer rosso (1975-1979). Con il rischio però di evidenziare responsabilità a noi più vicine nel tempo che sono eredità proprio di quel regime e per questo ostacolato dal governo in carica. Torto dei governi occidentali sarebbe di sostenere “la parte sbagliata” nella realtà cambogiana e “accuse, critiche, isolamento, rischio di strozzatura commerciale e sanzioni” ne sarebbero, per la propaganda ufficiale, la conseguenza. Minando così quella stabilità che la leadership cerca, anche con il rischio di tagliare i ponti con l’Occidente. In questo imbaldanzita dai rapporti sempre più intensi con il partner cinese, che sul piano dell’interscambio commerciale hanno raggiunto i cinque miliardi di dollari all’anno, quasi il doppio di quelli con gli Usa, a cui si aggiungono ingenti finanziamenti e donazioni. Il sostegno non disinteressato di Pechino finisce però in molte occasioni per collidere con le regole imposte dai donatori internazionali, che in diverse occasioni hanno espresso la loro perplessità. Queste, aggiunte alle sottolineature delle crescenti difficoltà di azione per le Ong e dalle accuse di illiberalità del regime da parte degli attivisti per i diritti umani, hanno provocato la reazione del governo. «La Cambogia è stata sommersa mese dopo mese, anno dopo anno, di rapporti dei media dell’opposizione, di Ong faziose e di istituzioni disinformate che hanno alterato i fatti e gli eventi storici nel tentativo di ritrarre un’immagine negativa della Cambogia e colpevolizzare il governo», si legge ancora nel testo governativo, che ha un bersaglio immediato e apertamente menzionato negli Stati Uniti d’America. Va detto che gli stessi Stati Uniti hanno mostrato tolleranza verso i governanti eredi del regime Khmer rosso o da esso ispirati al tempo in cui ne furono giovani quadri o militanti, fornendo ingenti aiuti e dando asilo a decine di migliaia di profughi cambogiani. Questo ha concesso a Washington di riaprire una sede diplomatica a Phnom Penh nel 1991, ma dopo il sostanziale colpo di stato del 1997 in cui Hun Sen si è garantito i pieni poteri esautorando il partito filo-monarchico, i rapporti non commerciali tra i due Paesi sono stati mediati soprattutto da gruppi no-profit. Su di essi pesa ora la “scure” dei tagli che il presidente Trump ha annunciato e che nel 2018 potrebbero ridurre l’aiuto americano alla Cambogia da 77,4 a 22,9 milioni di dollari l’anno, con la totale cancellazione dei fondi per sostegno allo sviluppo, ora a 34,8 milioni di dollari.

Come ulteriore segnale del peggioramento dei rapporti, il 27 aprile Hun Sen ha diretto agli Usa non un insulto, come di frequente negli ultimi tempi, ma la richiesta di sospendere i rimpatri di criminali di origine cambogiana condannati negli Usa (500 finora), in base a uno specifico accordo. “Gli americani sono molto furbi – ha sottolineato Hun Sen –. Tengono solo le brave persone e ci rimandano i condannati. (...) Spero che la patria dei diritti umani accetterà la proposta di offrire ai cambogiani condannati la possibilità di restare in America con le loro famiglie”. Un altro scossone a rapporti già tesi, un altro passo tra le braccia per ora accoglienti di Pechino.