Opinioni

Reportage. Bangladesh, la minaccia dell'islam radicale

Gerolamo Fazzini mercoledì 14 ottobre 2015
L’uccisione del cooperante italiano Cesare Tavella ha, almeno per un attimo, aperto un varco mediatico sul Bangladesh, terzo Paese musulmano al mondo dopo Indonesia e Pakistan. Un Paese storicamente islamizzato dai sufi, corrente mistica dell’islam, a lungo considerato 'moderato' (e probabilmente la definizione è ancora la meno imprecisa), ma che è stato protagonista, negli ultimi tempi, di mutamenti sociali e politici tanto significativi quanto convulsi.  La complessità della scena politica del Paese è emersa in tutta la sua evidenza proprio all’indomani dell’omicidio di Tavella e di un altro cooperante giapponese. A più due settimane di distanza, poche sono le certezze e molte ancora le incognite. Di sicuro c’è che chi ha premuto il grilletto non era un delinquente comune (la pistola aveva il silenziatore) e che alla rivendicazione dello Stato islamico non crede più nessuno. Per il resto, ci si chiede come mai Tavella, in Bangladesh solo da pochi mesi, abbia potuto diventare oggetto di un’ostilità tanto forte e ci si interroga se l’Ong al servizio della quale egli lavorava – l’olandese 'Icco Cooperation' – possa avere urtato la suscettibilità di qualcuno. Dal canto suo, il ministro dell’Interno, Asaduzzaman Khan Kamal, ha messo le mani avanti, sostenendo che il coinvolgimento di terroristi islamici è ancora da verificare per capire se la fede cristiana del cooperante italiano possa rivelarsi uno dei motivi della sua morte.   La vicenda Tavella ha ulteriormente contribuito ad alimentare il già acceso scontro tra le due principali forze politiche che da anni guidano, alternativamente, il Paese: l’Awami League (AL) di Sheik Hasina e il Bangladesh National Party (BNP) di Khaleda Zia. Moderata, laica e di ispirazione socialista, l’Awami League aveva come leader Mujibur Rahman, primo Presidente del Paese dopo l’indipendenza dal Pakistan (1971). Il Bnp, invece, è una formazione sorta nel 1975, dopo l’uccisione di Mujibur Rahman e un periodo di dittature militari, che hanno favorito l’entrata in scena dei partiti islamisti, specie il Jamaat-islam.  Da un anno e mezzo la già fragile democrazia del Bangladesh è stata ulteriormente minata. Le elezioni del gennaio 2014, infatti, hanno visto l’affermazione di Hasina: una vittoria di Pirro, visto che – sotto le minacce degli islamisti – aveva partecipato al voto meno del 20% degli aventi diritto. L’avversaria Khaleda Zia non si era presentata per protestare contro la decisione del governo di non procedere a un periodo 'di transizione', come da tradizione prima del voto. Risultato: agli inizi del 2015 il Bnp ha indetto una lunga serie di scioperi e il blocco totale dei trasporti. Due fatti che hanno causato pesantissimi danni economici e enormi disagi alla popolazione, e che, alla lunga, hanno intaccato il consenso dell’opposizione. Nel frattempo il governo è intervenuto pesantemente contro il partito estremista Jamaat-islam, incarcerandone i principali leader.  Tuttavia, ciò non ha impedito che – negli ultimi mesi – la violenza degli estremisti si dirigesse contro una serie di blogger 'laici', in qualche caso esplicitamente atei (una 'lista nera' comprende 84 nomi), causando la morte di quattro di loro, l’ultimo ai primi di agosto scorso.   Ebbene, in questi giorni sul Daily Star, uno dei principali quotidiani, si poteva leggere la notizia secondo cui 'il capo del BNP potrebbe avere un collegamento con l’uccisione di Tavella e andrebbe quindi indagato'; per tutta risposta il principale partito di opposizione ha denunciato l’incapacità dell’Awami League di mantenere l’ordine e la sicurezza nel Paese.  La verità è che l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno il Bangladesh è di una lotta intestina, di mero potere, del tutto nociva agli interessi della gente, a fronte di problemi sociali immensi. (Per capirlo basta soggiornarvi una decina di giorni, come sta accadendo a chi scrive, e sentire alcune voci della società civile e della Chiesa).   Il Bangladesh conta un popolazione di ben 160 milioni di abitanti in un territorio esteso quanto l’Italia centro-settentrionale, il che si traduce in una densità di popolazione record, con tutto quel che ne consegue in termini di impatto sulla vita quotidiana. Il Pil pro-capite è 958 dollari l’anno (quello italiano sfiora i 36mila), il tasso di analfabetismo supera il 40%. La capitale Dacca – 16 milioni di abitanti – è maglia nera nella classifica delle città più vivibili al mondo, stilata dall’Economist prendendo in considerazione 30 indicatori tra cui infrastrutture, servizi sanitari, stabilità economica e politica, istruzione e cultura e rispetto per l’ambiente.  Dal punto di vista religioso, il Bangladesh non figura tra i Paesi islamici più intransigenti. Le relazioni quotidiane tra musulmani e cristiani (lo posso affermare sulla base di numerose testimonianze di missionari) sono generalmente buone: accanto a taluni 'incidenti di percorso', mi sono stati raccontati episodi significativi, dal prete cattolico sorpreso da un imprevisto e accolto in moschea a dormire, alla giovane musulmana assoldata da una Ong legata a un istituto missionario cattolico che opera nel vicino Myanmar, fino al gruppo interreligioso di volontari (musulmani inclusi) che ho visto lavorare, a fianco di fratel Lucio Beninati del Pime, con e per i ragazzi di strada della capitale. Non è il caso, infatti, che il cardinale Fernando Filoni, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione de popoli, visitando il Bangladesh a metà settembre, abbia detto che va apprezzata «la pacifica coesistenza di differenti religioni nel Paese». Per tutta risposta – ed è un notizia passata quasi inosservata – il primo ministro Sheikh Hasina ha invitato papa Francesco a compiere un viaggio in Bangladesh.   Il punto è che, pur in un contesto di islam tollerante, hanno preso piede, ormai da anni, frange estremiste molto agguerrite. Racconta padre Giulio Berutti, missionario del Pime e direttore delle Credit Unions (le banche per i poveri) della diocesi di Dinajpur: «Già negli anni Settanta il primo dittatore, marito di Khaleda Zia, oggi leader dell’opposizione, per consolidare il potere ha aperto la porta ai partiti islamici, modificando la Costituzione e inserendovi il richiamo ad Allah. Solo nel 1977 i Paesi islamici, alla luce di queste mosse del governo (specie dopo che l’islam è stato dichiarato religione di Stato), hanno riconosciuto l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan. A partire da allora, dall’Arabia Saudita e dai Paesi del Golfo sono stati riversati sul Paese soldi in gran quantità. Noi missionari ce ne siamo accorti perché abbiamo visto spuntare come funghi nei villaggi moschee in muratura che non potevano essere certo costruite con le modeste entrate dei villaggi. Quanto accade oggi non è che l’onda lunga di un fenomeno iniziato anni fa e cresciuto col tempo».  Questi fatti spiegano anche come mai il moderato Bangladesh sia finito, di recente, tra i Paesi per i quali avere una 'particolare attenzione', almeno secondo la Commissione degli Stati Uniti sulla Libertà religiosa nel mondo.   Come ne potrà uscire? Difficile dirlo. Certo pesa molto il delicato contesto internazionale (al di là della falsa rivendicazione dell’Is per l’omicidio Tavella, le sirene del Califfato rischiano di avere qui una forte audience nelle fasce più vulnerabili della popolazione), così come pesa la forte ingerenza dei Paesi arabi, che oltre a foraggiare le moschee, hanno favorito l’esplosione del numero di 'madrasse', le scuole coraniche, fortemente ideologizzate, all’interno delle quali viene allevata una generazione di studenti integralisti e potenzialmente violenti.  La risposta della Chiesa al rischio di deriva fondamentalista in atto è principalmente in chiave educativa. Da sempre lo sforzo dei missionari si è orientato sull’alfabetizzazione (bambine comprese) e sulla formazione umana, spirituale e professionale dei giovani. Ora la Chiesa cattolica ha compiuto un ulteriore passo, varando, nel dicembre 2014, la prima università cattolica del Paese. Una sfida coraggiosa, specie in tempi come questi.