Opinioni

Il direttore risponde. Azzardo, quel «troppo» di meno

Marco Tarquinio domenica 12 maggio 2013
Gentile direttore,
se accade qualcosa senza che nessuno ne sia informato, è accaduto davvero? Il gioco d’azzardo è pericoloso per la salute e bisogna informare del pericolo i giocatori. Questo chiede la legge che impone di usare, nella pubblicità del gioco e sui siti istituzionali dei concessionari, formule di avvertimento sul rischio dipendenza. «Il gioco può causare dipendenza patologica», come esemplificato dagli stessi Monopoli.
Lottomatica però ha usato sul sito e nella pubblicità del gioco '10 e lotto' una formula diversa: «Giocare troppo può causare dipendenza patologica». Ritenendo ingannevole la formula utilizzata, agli inizi di gennaio abbiamo denunciato il fatto all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, e all’Agenzia delle dogane e dei monopoli. L’Agcm non ha neanche risposto. I Monopoli, invece, con raccomandata del 20 marzo ci hanno comunicato che il messaggio utilizzato era di fatto conforme a quanto la legge richiedeva, senza rispondere a una nostra ulteriore contestazione del 2 aprile.
Nella pubblicità del '10 e lotto' trasmessa per televisione in questi giorni e sul sito della Lottomatica, però, compare adesso il messaggio «Giocare può causare dipendenza patologica», senza l’aggettivo 'troppo', cioè quanto avevamo richiesto. Forse a qualcuno sembrerà piccola cosa, ma secondo noi è importante, perché dimostra alcune cose.
Innanzitutto che è possibile lottare e vincere una battaglia di legalità nei confronti del gioco d’azzardo… legale. Che, come detto più volte, oltre a richiedere l’introduzione di nuove norme di contrasto al gioco d’azzardo, è utile pretendere il rispetto delle norme esistenti. Che oltre agli interessi economici dello Stato vanno rispettati i diritti delle persone: quello alla salute prima di tutti. Certo è una vittoria a metà, almeno finché verrà tenuta nel limbo che caratterizza la comunicazione relativa ai giochi, anche da parte degli organi di stampa. Se Davide batte Golia, ma nessuno lo sa, la vittoria rischia di essere inutile.
Osvaldo Asteriti, avvocato
 
Per poter informare i propri lettori di un fatto, gentile avvocato Asteriti, bisogna conoscerlo. E dell’esito dell’interessante carteggio tra lei e i Monopoli non abbiamo saputo alcunché fino a che lei stesso non ce l’ha comunicato con questa lettera a me indirizzata. Ora conosco e comprendo lo spirito della sua iniziativa. E convengo con lei che il risultato ottenuto possa essere considerato una «vittoria a metà». Anzi a un quarto, o meglio a un ottavo o forse anche a un sedicesimo... Ma per motivi diversi dal mancato clamore attorno a essa. E, badi bene, lo dico senza disprezzare affatto il suo impegno per il rispetto della legge vigente. Che, però, assieme ai miei colleghi di 'Avvenire' non reputo affatto una legge sufficiente e perciò giusta, proprio come tanti altri che, dalle trincee ideali e quotidiane delle Fondazioni antiusura e delle Associazioni di cittadini, stanno al fianco dei malati compulsivi che l’azzardo produce e delle famiglie che a colpi di azzardo vengono ferite, umiliate e persino distrutte.
Il problema, gentile avvocato, è che la caduta di un «troppo» fa giustizia solo formale, e non cambia le cose. Prima di tutto perché il gioco d’azzardo, a qualunque livello – che si tratti di slot machine, di poker online, di iper-lotterie o di gratta-e-vinci – non viene neanche più chiamato per nome da quelli che con esso fanno affari o, comunque, fanno cassa. È solo «gioco» negli slogan propagandistici, nelle dissertazioni, nei dibattiti, persino in certe commissionate ricerche. «Gioco» e basta, già. E questa è una menzogna, grossa come la casa che più d’uno s’è mangiato, pesante come il guaio in cui tantissimi «giocatori» si sono cacciati e si cacciano (funestando le proprie vite e quelle di chi sta loro accanto in famiglia e sul lavoro). Essi sì, i ludopati, davvero «troppi». Troppi come gli occhi (sinora) chiusi di troppi politici, come il pelo sullo stomaco e i calcoli miopi di troppi funzionari o garanti pubblici. Anche uno solo di tutti costoro è abbastanza, soprattutto se siede nel posto sbagliato e contribuisce, gestendo il suo pezzo di potere, a perpetuare un andazzo sbagliato, Perché troppa – anzi, me lo permetta, 'troppissima' – è la pubblicità che all’azzardo viene consentita, e che invece andrebbe bloccata. Non solo corretta, ma arginata, fermata, spenta.
Come accade per altri prodotti della nostra civiltà il cui uso facile e in dosi sbagliate ci fa male. Insomma: non basta, non può bastare una pubblicità «legalmente corretta». Così come non bastano le fragili difese delle normative vigenti, che pure – e meno male, e grazie sempre ai ministri e ai parlamentari che si sono battuti per questo – nell’ultimo anno hanno cominciato a farsi più attente e serie. Io che non sono mai stato un 'benaltrista', stavolta non posso fare a meno di ammettere, con un senso di crescente urgenza, che «qui ci vuole ben altro». Buona cosa è tirare la giacca, molto meglio indicare senza esitazioni il re che è nudo: l’azzardo non è affatto un gioco.