Opinioni

L'aula, la piazza, almeno due cose da fare. Tutto a posto?

Marco Tarquinio sabato 15 ottobre 2011
Il Governo che conferma la maggioranza assoluta anche alla Camera dei deputati, la Legge di stabilità che prende forma all’unanimità in Consiglio dei ministri, la Banca d’Italia che certifica un prezioso calo del debito pubblico, la Borsa che sale... Tutto a posto e niente in ordine, verrebbe però da dire, allargando lo sguardo appena oltre il "bollettino della vittoria" che idealmente conclude un venerdì di metà ottobre vissuto e atteso come l’ennesimo giorno della prova del fuoco per Silvio Berlusconi e per la sua ricomposta coalizione di centrodestra. Tutto a posto e niente in ordine, perché la maggioranza, che alla fine si ritrova sempre, non c’è per davvero sempre nel giorno per giorno, e il pasticciaccio della bocciatura del rendiconto generale dello Stato continua a ricordarlo a tutti (persino più della manciata di consensi che ieri l’esecutivo ha comunque perso a Montecitorio, bilanciata dalla confusione delle lingue e delle opzioni tra le fila di opposizioni sempre più plurali). Tutto a posto e niente in ordine, perché l’Italia è percorsa da brividi d’indignazione giovanile che non possono lasciare tranquilli visto che li motivano problemi anche assai seri e li accompagnano slogan e gesti anche assai insensati (e speriamo che oggi a Roma, in una manifestazione che la sinistra radicale ha fatto sua e che i gruppi più duramente antagonisti reclamano per sé, trovino spazio e occasioni solo le buone ragioni e non campi di battaglia e complici le pessime intenzioni). Tutto a posto e niente in ordine, perché – rabberciato lo strappo nella maggioranza – il lavoro vero resta ovviamente ancora da fare. E la conclusione è esattamente questa: che si guardi dalla parte di chi governa, di chi fa opposizione o – e per noi questo conta di più – di chi "dal basso" chiede, alla politica tutta, risposte e motivi per tornare a nutrire un po’ di fiducia.In questo senso, ci sono certamente due cose che Governo e Parlamento possono e debbono fare per l’Italia e per gli italiani in un tempo di crisi (politica, economica e sociale) che – lo ripeteremo sino alla noia, da realisti che accettano il rischio di passare per sognatori – imporrebbe a chi ha potere e responsabilità un buona dose di lucidità, coraggio e disinteresse. E si tratta di impegni e scelte in grado di dare senso e dignità all’ultimissimo scorcio (non sapremmo davvero dire ancora quanto profondo) di una legislatura tormentata come poche e segnata ormai da mesi dai colori del tramonto di una lunga fase politica.Le Camere sono chiamate a lavorare sulle leggi delega dedicate alla riforma fiscale e all’assistenza sociale, ed è indispensabile che lo facciano sino in fondo, presto e bene. Se non si giocasse al meglio, e con saggia urgenza, questo "terzo tempo" che segue le due durissime manovre d’estate, prenderebbe infatti drammaticamente corpo il rischio di un ulteriore (e strisciante, dal livello centrale a quelli locali) appesantimento della pressione fiscale e di un insostenibile alleggerimento indiscriminato del sostegno alle fragilità e alle precarietà. Concreto ed equo riconoscimento fiscale del ruolo della famiglia e ripensamento, anche pienamente sussidiario, del nostro sistema di welfare (che oggi tiene ai margini giovani e non-garantiti) sono priorità e stelle polari che non possono più essere perse di vista.Le Camere hanno però anche la possibilità – e, se si vuole, il dovere morale – di rispondere nel modo più efficace e positivo alle sollecitazioni negative dell’antipolitica e a quelle positive delle forze sociali che coltivano un senso alto della politica e del bene comune. E questo è il secondo impegno che il Parlamento dovrebbe onorare dimostrando all’opinione pubblica di voler ridimensionare non il proprio ruolo, ma i propri numeri, attraverso un taglio significativo dei seggi di Camera e Senato, e restituendo ai cittadini-elettori il potere di scegliersi il parlamentare. Non è un mistero che vorremmo vedere felicemente e definitivamente archiviate entrambe le leggi elettorali – il Mattarellum, maggioritario prevalentemente uninominale, e il Porcellum, maggioritario a base proporzionale e a liste bloccate – che hanno condizionato (e reso brutta, tra ribaltoni di Palazzo e progressivo allontanamento tra Paese legale e Paese reale) la cosiddetta Seconda Repubblica. Ma non è neanche un mistero che l’alternativa più immediata, davanti all’inazione del Parlamento, sarebbe – Consulta permettendo – quella di riprendere in considerazione l’imperfetta arma della consultazione referendaria che fa balenare il recupero dell’uninominale e per la quale sono già state raccolte e presentate le firme.Certo sarebbe un tentativo di ritorno al passato, per fuggire da un presente che non si riesce a sopportare, non un passo in avanti. Un’illusione, forse. Come quella di certe "rivincite". Ieri in aula alla Camera e, magari domani, nelle piazze della capitale.