Opinioni

Il ciclista confessa in tv: ho mentito, mi dopavo. Armstrong, l'arte dell'inganno non è più (si spera) una virtù

Umberto Folena mercoledì 16 gennaio 2013
Alla fine ha confessato. Lance Armstrong – il ciclista texano trionfatore di sette Tour de France di fila, il marziano delle due ruote, la macchina di ascolti televisivi, la calamita degli sponsor, il testimonial perfetto, l’irriducibile vincitore di un tumore – dopo aver negato e giurato e spergiurato di essere pulito, lindo, immacolato ha scelto il lavacro della rete tv Cbs e la "sacerdotessa" Oprah Winfrey per dire la verità, finalmente. Ho mentito per anni, ha ammesso. Mi sono dopato in occasione di tutti i sette Tour vinti. Non mi hanno mai pescato con le dita nel flacone? Semplice, l’Uci (Unione ciclistica internazionale, il "governo mondiale" delle due ruote) ha sempre saputo tutto e mi lasciava fare.Perché? Forse perché il ciclismo è un’industria che deve produrre fatturato. Per i ciclisti, ma solo secondariamente. Soprattutto per le aziende sponsor, per le reti televisive che acquistano il prodotto Tour de France e hanno bisogno di tanti telespettatori per piazzare a prezzo migliore gli spazi pubblicitari, e gli spettatori aumentano se hanno un eroe da contemplare, se c’è l’impresa. E infine tutti coloro che attorno al ciclismo banchettano, non ultimi gli stessi giornalisti.Tutto vero, ma non basta. Il caso Armstrong va ben oltre il ciclismo e lo sport. L’imbattibile texano, che forse avrebbe vinto anche senza doping se nessuno si fosse dopato (la sensazione è che nel gruppo si dopassero in molti, in troppi...), è un segno dei tempi. È l’inganno divenuto prassi abituale in troppi ambiti della vita. «Tutta la guerra si basa sull’inganno» scrive Sun Tzu nell’Arte della guerra. Bravo e degno di elogio è quel generale che fa credere al nemico il falso; meritevoli sono gli alleati che, fornendo loro documenti falsi, inducono i nazisti a schierarsi a Calais per sbarcare invece in Normandia. In guerra l’inganno è cosa buona, da praticare con sapienza. Ma nel commercio? Chi rifila merce scadente mentendo sulla sua qualità? E chi conquista il cuore di una donna, o un uomo, ingannando sulle proprie qualità morali o sul proprio patrimonio? Chi si procura amanti tradendo? Il politico che promette ciò che sa di non poter mantenere? L’inganno dilaga e sempre meno è oggetto di riprovazione sociale. Chi inganna non prova vergogna. Non deve sopportare il peso di alcun rimorso. Altrimenti non correresti sette Tour di fila con il sorriso sulle labbra. No, se la coscienza bussasse ogni notte al tuo cuore.L’inganno entra a piedi uniti nello sport, così come è entrato nel mondo dell’economia. Una delle cause del crack finanziario non è forse l’aver spacciato titoli deboli per forti, ingannando acquirenti e risparmiatori? Se la vita – ogni aspetto della vita – si fa competizione sfrenata, è guerra, e l’unico criterio a guidarla è la convenienza, e il fine prescinde dai mezzi, allora l’inganno da vizio si tramuta in virtù. Riprovevole è chi non inganna: un ingenuo che non ha capito il mondo, un pavido da emarginare, com’è accaduto pure a qualche ciclista pulito, quindi "pollo", rigurgitato dal gruppo trasudante doping.Ma, come ammoniva Lincoln, «potete ingannare tutti per qualche tempo, o alcuni per tutto il tempo, ma non potete prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo». Non sappiamo se Armstrong sia uscito mondato da ogni peccato dal confessionale di Oprah. Ma siamo convinti che la sua vicenda sia il segnale che qualcosa stia mutando. Nello sport, nell’economia, perfino nella politica. «Non potete prendere per i fondelli tutti per tutto il tempo».