Opinioni

Armi. Basta export nei Sud del mondo, orientare la produzione alla sola difesa

Giorgio Campanini domenica 2 febbraio 2020

L’ininterrotta scia di violenze e di guerre che inquinano il mondo di oggi - quasi una "guerra mondiale" in briciole... – appare inarrestabile, al punto che l’opinione pubblica mondiale, e gli stessi governi, appaiono rassegnati a questa escalation, che caratterizza gran parte del mondo e che, continuando di questo passo, finirà con il produrre più morti e distruzioni di quelle, pur immense, della Seconda guerra mondiale. Ciò che colpisce è la diffusa rassegnazione – delle persone, degli stessi governi – a ciò che appare inevitabile, ma tale non è.

Le armi di distruzione di massa che circolano ormai, quasi liberamente, in tutto il mondo, non sono prodotte dalle varie tribù, dai modesti gruppi di insorti, da piccole e grandi "bande" di assassini e di predatori. Se le stesse contese che oggi turbano il mondo e lo rendono sempre più insicuro (con pesanti ripercussioni soprattutto sulle popolazioni civili), avvenissero con le mazze e i coltelli, il numero delle vittime e l’aumentare delle distruzioni di beni pubblici e privati sarebbero immensamente inferiori agli attuali.

E non è solo l’Occidente a rifornire di armi sempre più distruttive i portatori di morte che inquinano il mondo. Ma due cose si potrebbero e si dovrebbero fare, direttamente, per quanto riguarda almeno l’Occidente e specificamente l’Europa centro-occidentale (la Russia, grande esportatrice di armi, appare del tutto incontrollabile...): limitare la produzione di armi e controllare, assiduamente e rigorosamente, che tutte le armi prodotte siano utilizzate principalmente per garantire la difesa interna dell’Occidente e, comunque, non siano (sia pure per vie traverse) inviate in aree caratterizzate da guerre intestine, da lotte tribali, da faide ricorrenti. Quanto sia oggi avvenendo in alcune zone dell’Africa e soprattutto nell’area medio- orientale è inquietante (o dovrebbe esserlo) per l’Occidente, perché sono almeno in parte le 'nostre armi', quelle da noi fabbricate e vendute, che portano distruzione e morte in vaste aree del mondo. Non è accettabile il presunto alibi di chi afferma che 'tanto comprerebbero le armi da un’altra parte'. S’impone dunque all'Italia e all'Europa un serio esame di coscienza.

Da dove vengono quelle armi? Esiste una seria verifica sulla loro produzione e la loro esportazione nelle varie aree del mondo? Quali controlli vengono effettuati, in tutto l’Occidente? È scontata l’obiezione che, grazie alle armi, si garantiscono "posti di lavoro" (tuttavia "sporchi di sangue", seppure di sangue altrui...): ma è proprio questa la via per affrontare il problema dell’occupazione, nel nostro come in altri Paesi?
Ecco perché è indispensabile, in tutto l’Occidente e soprattutto nell'Unione Europea, una serie di puntuali, competenti, rigorosi controlli al fine di evitare che armi da noi prodotte in vista della difesa vengano dirottate altrove, magari attraverso una serie di compiacenti e fittizi "passaggi". E ciò mettendo in atto interventi volti a garantire, per altre vie, il mantenimento di posti di lavoro. I posti di lavoro frutto delle stragi e delle distruzioni di massa in altri Paesi grondano di sangue e non fanno onore all’Italia. Non mitragliatrici e bombe, ma acquedotti, strade, soprattutto scuole l’Europa e l’Italia dovrebbero "esportare" in un mondo che, persistendo le distruttive guerre civili, rischia alla lunga di essere invivibile, non solo per le smarrite popolazioni oggi decimate dalla guerra ma anche per le donne e gli uomini di domani.